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L'omicidio di Vasto
Fra diritto alla giustizia e sete di vendetta. Bregantini: "Si doveva fare di più per fermare l’odio"
il capo della diocesi campobassana interviene sul caso dell’assassinio di Italo D’Elisa, il 22enne originario di Roccavivara che la scorsa estate travolse e uccise la moglie del suo omicida. In questi giorni l’opinione pubblica è divisa. Da un lato c’è chi giustifica l’efferato gesto mosso dalla sete di vendetta, dall’altro chi invoca perdono e comprensione. Nella cittadina abruzzese hanno fatto discutere le parole del vescovo della diocesi convinto che se la giustizia fosse stata più veloce questa morte si sarebbe potuta evitare. Di diverso avviso Bregantini: "Forse si poteva fare di più, non tanto con le istituzioni giuridiche, penso soprattutto alle presenze educative e religiose. Una vicinanza maggiore, una riflessione più attenta ed accompagnata sul tema del rancore. Per questo è importante che, chi è dentro questa esperienza, non resti abbandonato al proprio dolore" questo il messaggio di padre Giancarlo Bregantini.


Campobasso. La morte prematura di Roberta Smargiassi, quella del suo investitore, Italo D’Elisa per la vendetta progettata dal marito della donna sono tre tragedie in una. E da qualunque lato la si voglia guardare non c’è parola o gesto che possa lenire questi dolorosi avvenimenti. Eppure di parole nei giorni successivi all’omicidio di Vasto ne sono state dette tante. Troppe forse.

L’Italia intera si è interrogata sul brutale assassinio del 22enne Italo D’Elisa, freddato da Fabio Di Lello con 3 colpi di pistola l’1 febbraio mentre usciva da un bar sulla circonvallazione istoniense della cittadina abruzzese al confine con la costa molisana.
Sette mesi prima, l’1 luglio, D’Elisa non si era fermato a un semaforo rosso e aveva centrato in pieno Roberta Smargiassi che attraversava, a bordo del suo scooter, l’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare. A causa delle gravi ferite riportate la 34 anni, moglie dell’omicida Di Lello, era deceduta.
Omicidio stradale: questa l’accusa per D’Elisa che tra pochi giorni, il 21 febbraio, sarebbe comparso davanti al giudice per le indagini preliminari il quale avrebbe deciso se far partire il processo a suo carico oppure proscioglierlo dalle accuse. Il 22enne era originario di Roccavivara, comune molisano dell’area trignina, anche per questo anche qui in Molise l’omicidio di Vasto ha scosso la gente.

Quanto è stato detto e scritto sui social in queste ore ha alimentato il dibattito ma anche la confusione tra una comprensibile sete di giustizia e una meno accettabile sete di vendetta. Poche ore dopo l’omicidio l’arcivescovo della diocesi di Vasto-Chieti, Bruno Forte, ha detto che se la giustizia fosse stata più veloce quel gesto commesso da Di Lello si sarebbe potuto evitare. Le sue parole hanno spaccato l’opinione pubblica e spinto il procuratore capo di Vasto, Giuseppe Di Florio, a reagire e soprattutto a condannare le dichiarazioni dell’arcivescovo a suo avviso ingiustificate poiché le indagini erano state, al contrario, celeri.

Sempre il procuratore aveva invitato il capo della diocesi vastese a far lavorare la giustizia terrena e a occuparsi piuttosto delle vicende religiose, invitandolo a parlare di perdono e comprensione tramite la fede piuttosto che dare risalto alla rabbia che aveva pervaso gran parte della cittadinanza vastese e la quale sembra quasi giustificare il gesto dell’omicida. Un sentimento così diffuso da isolare Italo D’Elisa e la famiglia del giovane.

Ha assunto una posizione opposta al suo collega abruzzese, il vescovo di Campobasso-Bojano, Giancarlo Bregantini. L’arcivescovo molisano, che fa parte della Conferenza episcopale abruzzese e molisana ha scritto una riflessione sulla vicenda «che ci tocca tutti – come ha sostenuto - e che vuole essere un appello soprattutto alle presenze educative e religiose. Di fronte al tema del rancore e della vendetta non è tanto l’istituzione giuridica a essere interpellata – ha detto padre Giancarlo - quanto la coscienza collettiva, la vicinanza degli amici, la carezza dei parenti che deve accompagnare chi è nel dolore verso “quel mistero che ci aprirà la porta sulle tante risposte che ad oggi restano ancora mute”».

"Nessuno deve restare solo” è il titolo del suo contributo. «La tragedia di Vasto ci interpella. A livelli diversi. Perché veder soffrire è una delle esperienze in cui, spesso, ci s’imbatte in un sentimento d’impotenza. Non basta prodigarsi con le parole. Specie quando, chi ci sta accanto, ha il cuore spezzato e non trova più pace. Ma come uscire dalla notte oscura? Cosa fare affinché l’altro non resti chiuso nel proprio dramma? Sono veramente domande più grandi di noi, perché siamo tutti ben consapevoli che non esiste un metodo uguale per ciascuno.
I problemi aumentano poi se restiamo dentro i tristi meccanismi, come il rancore, la vendetta, la disperazione, la giustizia fai-da-te. Facili, immediati, ma che vanno combattuti. Se questo però non avviene, ecco che succede quanto abbiamo visto verificarsi a Vasto, proprio di recente. Ha coinvolto famiglie originarie del Molise, per cui la tragedia ci ha toccato ancor più nell’intimo. E tanto mi ha fatto riflettere, sul piano educativo e sociale».

Bregantini definisce l’uccisione «un terribile omicidio, avvenuto da parte di un marito nei confronti di quel ragazzo che gli uccise la moglie, la scorsa estate, buttandola dal motorino, ad un incrocio non rispettato.
Da allora la vita di quel giovane sposo, innamoratissimo, privato della luce dei suoi occhi dalla frettolosità di un coetaneo non fu che un passare da abisso ad abisso. Prima il dramma della perdita della sposa; poi la solitudine improvvisa e, infine, la rabbia che porta all’uccisione. Un odio non capito, coltivato anzi dalle battute di rabbia sui social. Dinamiche che ci fanno riflettere soprattutto in riferimento al lutto, nel momento in cui si sperimenta l’assenza della persona amata.
Il nodo io ritengo sia proprio in quel passaggio dalla perdita al distacco più dilaniante. Il ritrovarsi soli, di colpo, senza più chi si ama. E’ umanamente qualcosa di troppo amaro, che può arrivare a lesionare la mente, a lacerare tutte le parti del cuore, fino a soffocarlo».

Il numero uno della diocesi campobassane invita a una riflessione collettiva. «La vicenda ci tocca tutti. Come reagire al male ricevuto? E come accompagnare la persona ferita? Sono interrogativi che assillano tutti, le famiglie, la scuola ed anche la Chiesa. Perché forse, si poteva fare di più. Non tanto con le istituzioni giuridiche. Penso soprattutto alle presenze educative e religiose».

Da questo punto di vista per Bregantini si poteva e doveva fare di più. «Una vicinanza maggiore, una riflessione più attenta ed accompagnata sul tema del rancore. Per questo è importante che, chi è dentro questa esperienza, non resti abbandonato al proprio dolore. Il dramma nasce quasi sempre nei giorni subito dopo i funerali. In quel momento, una marea di gente. Poi, il nulla, la solitudine più amara. E tanto vuoto. Così spesso il soffrire da soli può diventare connivente con tutte quelle fragilità che possono, ben presto, sfociare in stanchezze d’animo molto pericolose».

Però per l’arcivescovo tutto il mondo dell’educazione, a vari livelli, ha compiti fondamentali. «Non è facile prendere coscienza del proprio tormento. Per questo occorrono preti vicini, docenti attenti, educatori sensibili. Occorrono oratori dove i nostri giovani si sentano accolti ed accompagnati. Ecco, il verbo che si pone come reale rimedio a simili tragedie: trovare che ti accompagna. Ed essere, noi per primi, a vario livello, capaci di accompagnare e di seguire e di pazientare. La fede, certo, può aiutare o quantomeno ci permette di gestire con pazienza e lucidità l’infelicità che ci ha sconvolto. E ancor di più sorregge la vicinanza degli amici, la carezza dei parenti. Non possiamo, insomma, sbrigarcela da soli.

L’impatto con il vuoto porta sempre con sé conseguenze. Ma dobbiamo essere pronti nella vita ad affrontarlo, non usando armi, ma con da una parte la presenza silenziosa e costante di chi ci ama e dall’altra con quello che Dio ci ha dato per farcela, anche quando tutto sembra travolto dall’impossibile e dal non-ritorno. La fiducia cioè che il dolore finirà, che un giorno potremo ritrovare chi abbiamo perso e che chi ora geme sarà ricondotto alla pace! E il cuore, non più paralizzato, si rimetterà in cammino verso quel mistero che ci aprirà la porta sulle tante risposte che ad oggi restano ancora mute».

(Pubblicato il 04/02/2017)

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