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Cronache
Iva, rifiuti e anche l’ombra sul marciapiede: ecco le tasse più odiate dai negozianti
Piccola indagine tra i commercianti di Campobasso alla scoperta delle imposte più invise. Dall’abbigliamento all’alimentari, ogni settore è colpito dalle tasse e tutte loro sono ugualmente detestate. Tra queste ce ne sono alcune particolarmente antipatiche. "Quella sui rifiuti urbani non la tollero proprio - spiega Marco della Bottega delle carni - visto che già pago lo smaltimento speciale per gli scarti della mia macelleria". Non desta particolare simpatia neppure quella sulle insegne: "Si paga se la mettiamo a bandiera, non si paga fino a 5 metri se è dritta", ma la più curiosa è il canone per l’occupazione di suolo pubblico. "Se l’ombra della mia tenda ricade sul marciapiede me la fanno pagare" dice Alessandra di Gilpi.


Marco Barca (Bottega delle Carni), Carolina Carnevale (Merceria Carolina) e in homepage Luana Santoro (Altromondo woman)
Campobasso. Pagare le tasse non è esattamente un piacere. Soprattutto quando la percezione generale è quella di imposte ingiuste e sproporzionate ai guadagni dei piccoli commercianti che già fanno fatica a tirare avanti. Tra queste, però, ce ne sono alcune particolarmente odiose, le peggiori, le più invise a chi ha un negozio in città. Ogni settore ne ha almeno una che detesta pagare peggio delle altre.
«La mia è quella sui rifiuti urbani - sostiene Marco Barca, macellaio e titolare de "La bottega delle carni" di via Garibaldi - perché io già pago per lo smaltimento speciali degli scarti di lavorazione, in più devo fare la raccolta differenziata da tre anni senza avere alcun incentivo e come se non bastasse la mia attività è equiparata, come aliquota, a quella di un supermercato. Ogni anno spendo più di mille euro per buttare la spazzatura ma di benefici me ne tornano pochi indietro».

E’ in attività dal 1981 la signora Carolina Carnevale dell’omonima merceria di via Cardarelli. «Non posso negarlo le tasse sono tutte antipatiche soprattutto perché in costante aumento. I cotributi Inps costano un occhio, l’Iva va sempre pagata e poi ci sono le spese di luce, acqua, immondizia e riscaldamento. Ma se proprio ce n’è una che non sopporto è la quota annuale alla Camera di Commercio dove devo essere iscritta per forza senza trarne alcun vantaggio. Perché non è che allo sportello fanno differenze quando a chiedere un certificato sono io, iscritta, o un altro: si paga la stessa somma e devo fare pure la fila magari».


Non digerisce gli studi di settore Silvio Sergnese della profumeria che porta il suo cognome in via Ferrari. Si tratta di uno strumento di accertamento fiscale che dice al contribuente quanto dovrebbe guadagnare ogni anno in base a precisi parametri che possono essere il tipo di attività, la posizione e i metri quadri del negozio. «Se non arrivi alla cifra stabilita dagli studi di settore incorri in accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate, per questo so che alcuni miei colleghi anche se non hanno guadagnato il minimo preferiscono battere scontrini ’a vuoto’ piuttosto che ritrovarsi gli ispettori in negozio. A me, personalmente non è mai capitato, ma una piccola profumeria quanto più incassare di questi tempi? Passato Natale qui non si batte chiodo fino a marzo, con la neve sono rimasto chiuso 20 giorni tanto chi è che esce per acquistare un profumo con la bufera? Dovrebbero tener conto anche di questo gli studi di settore».
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L’Iva pagata due volte «sia quando io vado a caricare che quando è il consumatore finale a comprare», l’Irpef «che devo anticipare in previsione di quanto guadagnerò il prossimo anno» e il costo del lavoro «che rende quasi impossibile avere una commessa», sono le imposte più indigeste per chi lavora nell’abbigliamento. Lo sostengono sia Luana Santoro di Altromondo Woman in piazza Prefettura che il signor Antonio di Open (via Ferrari). Quest’ultimo a fine anno ha dovuto mandar via una delle due dipendenti che aveva: «Sono stato costretto non potevo più permettermelo: paghi una ragazza 1100 euro al mese e te ne costa 20mila l’anno di contributi».


Ma se c’è una tassa incompresa è certamente quella impropriamente detta sull’ombra. Il Canone per l’occupazione di spazi e aree pubbliche parla chiaro: "per le occupazioni sovrastanti il suolo pubblico la misura corrisponde alla superficie della proiezione al suolo dell’occupazione medesima". «E infatti se apro una tenda parasole sulla vetrina e faccio ombra sul marciapiede devo pagare una tassa comunale» riferisce Alessandra Boccia del negozio Gilpi. Discorso simile si fa per le insegne: quelle dritte fino a cinque metri non sono tassate ma quelle a bandiera sì.
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(Pubblicato il 31/01/2017)

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