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Nella terra della siccità invernale
6 rotture in 10 giorni, paese a secco. Che succede ai tubi? "C’entra anche il terremoto”
Palata sta vivendo da diverse settimane una situazione paradossale: dal cielo acqua e neve, nel serbatoio nemmeno una goccia d’acqua. Colpa dei guasti sulla condotta idrica del Molisano Sinistro: negli ultimi dieci giorni ce ne sono stati sei, che hanno obbligato lo stop del flusso in 5 paesi. A Palata il disagio si fronteggia grazie alle tante fonti di acqua sorgiva che circondano il centro abitato (“Facciamo come gli antichi, andiamo là a rifornirci”) e a un sistema innovativo di telecontrollo a distanza dell’acquedotto, che permette di informare la popolazione con estrema puntualità e anche di capire dove sono le perdite. “C’è una dispersione di acqua sulla rete idrica altissima – spiega Maurizio Marchetti, vigile urbano e custode di fatto dell’acquedotto – mentre sulle linee di Molise Acque la situazione è diventata drammatica dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia”.


Palata. L’acqua è andata via lunedì sera, i rubinetti sono rimasti asciutti per tre giorni. Colpa di una frana che ha schiacciato le condotte idriche in una zona rurale. I tecnici di Molise Acque non hanno fatto in tempo a finire la riparazione che nel pomeriggio di mercoledì sotto Tavenna, pochi chilometri in linea d’aria, si è aperta un’altra frana. Altro smottamento, altro guasto sul Molisano sinistro.

“Quando torna l’acqua?” chiedono i cittadini. Coro unanime, dalla zona storica a quella nuova. La siccità domestica è dura da sopportare anche quando fuori persistono tenaci cumuli di neve e il cielo minaccia altra pioggia. Ma una risposta certa e definitiva non esiste. «Speriamo presto, speriamo nella notte per dare modo al serbatoio di riempirsi e per tenere le scuole aperte, se no è un guaio».

Il serbatoio di Palata, costruito nell’anno del Signore 1965, può accogliere 200 metri cubi al livello massimo, che basterebbero anche tre giorni se sulla rete idrica comunale non ci fosse una dispersione stimata attorno al sessanta per cento. Siccome la dispersione c’è, quel quantitativo di acqua basta a malapena per tre o quattro ore. Poi finisce e amen.
«E noi restiamo così, nemmeno una doccia». I residenti del paese - 1700 abitanti sulla carta, qualche centinaio in meno nella realtà – si lamentano con moderazione, malgrado il disagio si trascini da settimane, intensificato con le nevicate e il maltempo che ha mandato in tilt ben più del solito il fragile acquedotto che rifornisce la zona e i centri, oltre che di Palata, di Acquaviva, Tavenna, Castelmauro e Montecilfone.

«L’acqua è mancata spesso in questo periodo, ci sono stati diversi giorni in cui siamo rimasti a secco, ma la colpa non è del sindaco, né dell’assessore, nè del Comune – chiarisce Marilina, che gestisce un piccolo supermercato dove si può trovare un po’ di tutto, uno di quei negozietti-bazar che resistono nei piccoli centri molisani a dispetto della globalizzazione che divora la costa – lo sappiamo. Sappiamo che mica staccano l’acqua per farci un dispetto. Ma se ci sono le frane, noi che ci possiamo fare?».

Molti si rassegnano. «Se non c’è acqua ci beviamo la birra» scherzano – e nemmeno troppo - due amici al bar tabacchi della strada che porta al centro storico. «Meno male che abbiamo le fonti: ce ne sono quasi venti, circondano il paese e ci andiamo a rifornire lì quando proprio restiamo a secco: l’acqua è potabile, si può bere e usare in cucina».
Certo, chi ha i bambini piccoli e deve mettersi a scaldare sul gas le tinozze per un mezzo bagnetto di fortuna a una temperatura accettabile, è esasperato. «E’ una settimana che non posso fare la lavatrice» si sfoga una casalinga che sta facendo la spesa.
Molti altri sono più battaglieri, meno pazienti, si fanno venire il dubbio che «c’è qualcosa che non funziona su questo acquedotto: possibile che si rompa ogni tre giorni?»

Palata non è l’unico paese dove l’acqua pubblica va e viene, seguendo la logica del “singhiozzo”, da quando la bufera dell’Epifania ha flagellato il territorio aprendo asfalto e costoni, incidendo le strade provinciali di nuove voragini, occludendo le cunette e soprattutto allargando squarci nella ghisa e nel metallo delle tubature che portano l’acqua fin sulla rete comunale, quindi nel serbatoio e infine nelle abitazioni. C’è tutta una fascia di territorio, con una popolazione di svariate migliaia di residenti, a soffrire di rubinetti a secco nell’inverno più rigido degli ultimi anni.

Con la differenza che a Palata, rispetto ai centri limitrofi, sono più attrezzati, e anche più informati. I vecchi abbeveratoi di pietra attorno al centro abitato, antiche fonti di acqua sorgiva, sono in gran parte attivi e forniscono “scorte di emergenza”. E appena il livello del serbatoio scende o risale, la comunicazione è quanto di più tempestivo si riesca a immaginare. Facebook e sito web per i tecnologici, volantini affissi in giro per tutti gli altri. E al resto ci pensa Maurizio Marchetti, uno dei due vigili urbani in servizio che, a meno di sessant’anni, è già la memoria storica del paese nonché custode di fatto dell’acquedotto e dei suoi più intimi segreti.

Accende il pc, entra nel programma e mostra i numeri e i grafici del telecontrollo. «Un sistema che permette di vedere a distanza i consumi, il livello del serbatoio, i metri cubi in entrata e in uscita, e di capire se ci sono eventuali anomalie. Il comune si è dotato di questo servizio un anno e mezzo fa, accedendo a risorse del Gal di Larino. E’ molto utile». Palata, proprio il cuore della penuria idrica, conosce in tempo reale la situazione «anche perché avvisa con un messaggio sul telefonino quando il livello della vasca cala». Il risultato è che difficilmente la popolazione viene colta alla sprovvista.
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C’è sempre qualche ora di tempo per diramare la comunicazione prima che il serbatoio da 200 metri cubi si svuoti del tutto
e si presenti come mercoledì 25 gennaio: un enorme cilindro di cemento con un fondo di melma verdastra e nemmeno una goccia d’acqua in entrata.

Situazione critica, che si trascina da settimane e che negli ultimi giorni ha fatto registrare una totale interruzione del flusso per tre giorni e quattro notti. Come i palatesi riescano a digerire un disservizio simile, per giunta nella regione d’Italia più ricca di acqua, è un mistero . «Il fatto è che ci stiamo abituando, tanto si verifica spessissimo. Non è più una sorpresa» alza le spalle il signor Giuseppe, seduto a leggere il giornale al tavolo del bar come tutti i giorni.

Maurizio Marchetti, che padroneggia cifre e metri cubi come il pane quotidiano, ha una idea precisa di quella che anche Molise Acque, l’ente che gestisce l’acquedotto, definisce ormai “forte criticità”.
«C’è un doppio problema. Il primo è dovuto alle tante perdite della rete comunale, per la quale servirebbe una manutenzione drastica e costosa. La dispersione idrica si attesta sul 50 per cento e oltre. Più della metà dell’acqua che i cittadini e il Comune pagano (un metro cubo costa circa 80 centesimi da versare a Molise Acque, ndr) viene persa su linee vecchie, danneggiate, bucate».

L’altro problema riguarda invece le condotte idriche del Molisano sinistro, acquedotto datato (realizzato prima del 1960) e ridotto a un colabrodo. «Prima le condotte erano protette dalla vegetazione, c’era una agricoltura diversa e meno cemento. Oggi sono più esposte» dice il Vigile, che ha anche un’altra teoria: «La situazione era decisamente migliore prima del terremoto di San Giuliano di Puglia». In che senso? «La terra in movimento, conseguenza delle scosse sismiche, ha danneggiato la condotta, spostandola e schiacciandola. Guasti come quelli degli ultimi 15 anni non si sono mai verificati con questa frequenza e gravità in passato».

Considerando che il Molise è zona sismica, e i terremoti sono una spada di Damocle sospesa sulla testa di tutti i cittadini, l’acqua interrotta rischia di trasformarsi in un problema cronico. Proprio nella regione delle sorgenti, dei laghi artificiali, dell’acqua che abbonda e viene venduta (o regalata, sarebbe meglio dire) ai territori limitrofi.

(Pubblicato il 26/01/2017)

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