Chateau dAx
PRIMONUMERO - CITTA' IN RETE
Tigre Amico
 
Personaggi/12
Signor Trombetta e speaker Micky: "Una volta mi hanno dato un assegno intestato a Guidetti"
Michele Trombetta, 63 anni da compiere fra pochi giorni, è divenuto noto a Termoli e dintorni col nome d’arte Micky Guidetti. «Lo scelsi quando lavoravo come speaker alla radio, mia grande passione. E’ un omaggio a un calciatore» rivela in quest’intervista nella quale scava fra i ricordi dell’adolescenza vissuta a Milano. «Sono tornato a Termoli perché ce l’ho nel cuore». Dopo una vita trascorsa in Fiat ora si gode la pensione senza tralasciare il giornalismo, essendo ormai un veterano. «Il passaggio dal cartaceo al digitale è stato davvero duro».


di Stefano Di Leonardo

Planner Sposi
Termoli. Il segreto della popolarità di Michele Trombetta, in arte Micky Guidetti, potrebbe essere frutto dei trascorsi in radio e in televisione, specie grazie alla passione di una vita, il calcio, che una volta attirava attenzione e curiosità per le squadre del posto molto più di oggi. Oppure potrebbe derivare dalla facilità di vederlo in giro, al porto o sul Corso, allo stadio o in qualche avvenimento. Micky c’è sempre e non solo perché a quasi 63 anni e una pensione raggiunta da un po’, continua a fare il giornalista. Sarà anche la sua voglia di stare insieme agli altri e vivere l’amata Termoli profondamente, fra battute in vernacolo e sfottò legati al pallone.

Michele Trombetta o Micky Guidetti, come dobbiamo chiamarti?
«Mi aspettavo questa domanda. C’è ancora qualcuno che non sa il mio vero nome, cioè Michele Trombetta. Addirittura ho un amico che continua a chiamarmi Salvatore e non so perché. Ogni volta non ho il coraggio di dirgli la verità, per non deluderlo».

E Micky da dove salta fuori?
«Sai, quando ho iniziato a fare lo speaker alla radio mi hanno consigliato un nome che facesse più presa di Trombetta. Così pensai a un calciatore che mi piaceva molto all’epoca, a fine anni Settanta. Si chiamava Mario Guidetti, era un tipo alla Gattuso, e giocava nel Vicenza. Era un tipo grintoso, come piace a me».

E così la gente ha iniziato a conoscerti come Micky Guidetti.
«Questo mi ha dato anche qualche problemino».

Che intendi dire?
«Una volta, un giornale per il quale lavoravo mi fece un assegno intestandolo a Micky Guidetti. Dovetti farlo rifare, altrimenti sarebbe rimasto insoluto».

Il giornalismo, una delle tue grandi passioni. Come hai cominciato?
«Quando stavo a Milano lo stadio era la mia seconda casa. Senza nulla togliere al nostro Cannarsa, ma San Siro è un’altra cosa. Cominciai a conservare dei ritagli di giornale in un quaderno. Ricordo ancora che ritagliavo le foto a colori del quotidiano “Il Giorno”, primo in Italia a pubblicare immagini non in bianco e nero. Ai ritagli univo delle mie considerazioni sulla partita che scrivevo a penna. Seguivo tutte le partite e all’epoca giravo con Gazzetta dello Sport e Corriere della sera sotto il braccio. E poi mi piaceva tanto la radio. Con un registratore mettevo la mia voce su nastro mentre fingevo di lanciare delle canzoni».

Prima esperienza a Milano?
«No, a Termoli, dopo essere rientrato da Milano a metà anni Settanta. Ho iniziato a radio Trt 103 Adriatico, che era la prima radio del Centro sud. Dal ’76-’77 ho iniziato a fare lo speaker musicale, all’epoca andavano di moda le dediche. Poi c’è stata la tv su canale 102, e altre radio come Tlt, Punto Radio. Solo dopo è arrivata la carta stampata, con Oggi Nuovo Molise e più di recente internet, con la mia collaborazione a Termolionline».

Non solo sport ormai.
«Oggi mi occupo di argomenti di vario genere, ma con lo sport mi trovo molto più a mio agio. Purtroppo c’è poco da spaziare ormai da noi. Menomale che c’è il basket o il volley, mentre nel calcio speriamo che il Termoli tornerà presto a brillare».

È stato difficile lavorare per così tanti media diversi?
«Devo dire che il passaggio dal cartaceo al digitale è stato tosto, ma poi ci ho fatto l’abitudine. E poi voglio ringraziare i miei colleghi, a cui prima inviavo i pezzi via fax e ora via mail, perché li faccio ammattire coi miei errori per fretta e mancanza di punteggiatura. Li capisco e li ringrazio».

Mentre Giovanni De Fanis ti ha pure dedicato una poesia ironica.
«Ci conosciamo da una vita, è giusto riderci su. Certe cose vanno prese nel verso giusto».

Cosa ti piace di questo mestiere?
«La compagnia, riesco a socializzare. In questo la radio mi ha aiutato molto, perché prima ero molto timido. Oggi mi fa molto piacere quando mi fermano e mi chiedono di scrivere qualcosa. Mai fatto per soldi».

Il mestiere di giornalista l’hai sempre svolto per passione più che per lavoro, no?
«Sì, ho lavorato per tanti anni alla Fiat. Ho cominciato il 14 febbraio del 1980. Nel giorno di San Valentino mi sono innamorato della Fiat. Tanti parlano male di questa fabbrica, io posso solo dirne bene. Mi ha permesso di vivere, sposarmi, fare una famiglia qui».

Perché prima di allora eri stato a Milano, come accennavi poco fa.
«Sì. Ho iniziato a lavorare a Milano, appena dopo la scuola. Per sei anni ho fatto l’operaio in una ditta di confezioni. Ricordo il mio primo stipendio, nel 1969: 35mila lire. All’epoca erano tanti soldi e mi sembrava di toccare il cielo con un dito».

Hai lasciato Termoli per lavoro?
«Io e la mia famiglia ci siamo trasferiti da Termoli nel 1959. Mio padre è morto quando io avevo due anni, nel ’56. Qui c’era poco lavoro. Partimmo io, mia madre, mia nonna materna e le mie zie».

Cosa ricordi di Milano?
«L’arrivo fu un trauma. Io ero abituato a scorrazzare scalzo e in mutande nel Paese vecchio, visto che sono nato a Montecastello per poi trasferirmi in via Pustierla. Quando giunsi a Milano vidi filobus, taxi, tram: la differenza era enorme. Nel primo anno di vita non uscii mai di casa. A Termoli vivevamo con le porte aperte, a Milano mia nonna aveva una gran paura per me. Quando iniziai la scuola andò meglio. Da ragazzino ogni volta che tornavo a Termoli gli amici mi facevano sentire un marziano».

In che senso?
«Che qui a Termoli molte cose non erano arrivate. Le paninoteche per esempio. Per me erano la normalità, qui non sapevano cos’erano».

Era la Milano del boom economico.
«Si diceva “chi volta le spalle a Milano, volte le spalle al pane”. Si trovava lavoro con facilità e per lo svago c’era quello che volevi».

Ti divertivi parecchio?
«Il palazzo del ghiaccio, tanti cinema, le sale giochi, il bowling. Da piccoli io e miei amici compravano le sigarette, cinque nazionali in una bustina. Mia madre la domenica mi dava 250 lire, 100 per il cinema e il resto per quello che volevo.
Idea Arredo
Poi ci sono state le ragazze, ovvio».

La fede rossonera è nata lì?
«Ero già milanista per via di un parente, ma a Milano divenni grande tifoso. All’epoca o tenevi per Mazzola o per Rivera e io scelsi quest’ultimo. Ricordo la prima volta che andai a San Siro. Mi ci portò uno zio tifoso viola per Milan-Fiorentina. Mi torna in mente ancora la formazione (e la snocciola nome dopo nome, citando pure il grande Trapattoni, ndr)».

E allora perché tornare?
«Innanzitutto non erano anni facili. Abitavamo vicino alla Città degli Studi, in zona Lambrate. C’erano tutte le università e all’epoca gli studenti seguivano molto la politica. C’erano manifestazioni tutti i giorni e non certo all’acqua di rose. Dovevi stare attento a cosa indossavi, altrimenti ti etichettavano come uno di destra o di sinistra. E poi c’erano gli attentati».

Sei stato testimone di episodi di cronaca?
«Ricordo i rimbombi delle esplosioni di piazza Fontana o una manifestazione davanti alla Questura di Milano, in piazza della Loggia. Un mio amico di oratorio di nome Sergio Ramelli, con cui c’eravamo persi di vista, fu assassinato sotto il portone di casa. E il giorno della nostra partenza da Milano, nel marzo del 1975, ci furono tre attentati dinamitardi. Fummo svegliati nel cuore della notte. Più che la Milano da bere era la Milano da aver paura. Mia madre mi faceva sempre un sacco di raccomandazioni».

Fu lei a voler rientrare in Molise?
«No, insistetti io, mentre lei era un po’ titubante. Ma io avevo il cuore a Termoli e mentre all’inizio eravamo una famiglia numerosa, negli ultimi tempi a casa eravamo rimasti solo io e lei. Appena avevo delle ferie prendevo il treno e tornavo in Molise per 10-15 giorni. E ogni volta tornare su era una dramma».

La nostalgia dell’emigrante ha colpito anche te quindi?
«A Milano posso solo dir bene perché mi ha fatto crescere, ma ogni volta che vedevo qualcosa inerente il Molise mi emozionavo e per Termoli andavo in estasi. Spesso uscivo dal lavoro alle 19 e mi recavo alla stazione centrale per attendere il treno in arrivo da Foggia, solo per cercare di scorgere qualche volto termolese. Una volta vidi un autobus con la scritta “Termolese” come la ditta, mi sedetti sul marciapiede e attesi che i viaggiatori, che erano andati a pranzo, salissero sul pullman per vederli».

E il rientro a Termoli fu semplice?
«All’inizio faticai a trovare lavoro, era il 1975. Poi fui assunto in una farmacia come magazziniere e banconista. Solo nel 1980 entrai in Fiat».

L’azienda che ti ha permesso di metter su famiglia, dicevi.
«Conobbi mia moglie Milena in quel periodo. Oggi ho tre figli grandi: Anna Lucia, Enrica e Antonio».

Proprio il tuo figlio maschio l’anno scorso è stato vittima di un accoltellamento. Come ricordi quei momenti drammatici?
«Per la mia famiglia il 9 aprile non è una giornata da ricordare felicemente. Mi auguro che quanto successo possa insegnare a qualcuno che non è il caso di agire in questo modo. Antonio si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Voglio ringraziare però tutti gli amici e i cittadini che mi hanno sostenuto e mi sostengono. Sarò grato a loro fino alla morte».

(Pubblicato il 29/01/2017)

Altri articoli sullo stesso argomento:
Bibliotecario per punizione e maestro di passioni: "Io, spirito libero con patente termolese" (22/01/2017)
Una vita sul Corso tra fumo, gioco e sorprese. Il tabaccaio più antico: per tutti Demetrio (15/01/2017)
Da 70 anni nel Borgo fra dialetto e Cattedrale: "Ho anche baciato il teschio di San Timoteo" (08/01/2017)
Il dj che fa scatenare il popolo della notte: "La musica accompagna la mia vita" (11/12/2016)
Cinzia Jem, dal coma al calendario più sexy del 2017: "Questo è il mio riscatto" (04/12/2016)
Storia di Peppino Marinucci, detto Mussolini: dal trabucco al primo porto turistico della città (27/11/2016)
Paduano, il marketing di Termoli nel dna: "Ho spedito migliaia di cartoline a casaccio in Italia" (20/11/2016)
Nico Casolino, l’uomo del caffè. "Ogni tazzina è come fosse per me, ma a casa lo fa mia moglie" (13/11/2016)
Sfide, messa in dialetto, giovani e lutti. Per tutti è Padre Enzo: "La parrocchia è come un figlio" (06/11/2016)
Carmenucce, basta il nome: "Tv e radio impazzivano per me. Ora sono il re delle barzellette" (30/10/2016)
Antonio Mautone, il dandy delle scarpe innamorato del piano. "Non so cosa farò da grande" (23/10/2016)

SITI SPONSORIZZATI

PRESTITALIA - PRESTITI PERSONALI A DIPENDENTI E PENSIONATI
Via Corsica, 152 - Termoli - Tel: 0875.711701 Fax: 0875.711726

CHIEDI UN PREVENTIVO PER L’ARREDO DEL TUO GIARDINO A NAPOLI CON GUIDAGIARDINI.IT
Guidagiardini è il portale per la realizzazione e l’arredo del giardino numero 1 in Italia

STUDIO DENTISTICO DOTT. CASOLINO
Corso Vittorio Emanuele III, 45/B - Termoli - Tel: 0875.704521

CURA DELL’IPOCONDRIA? CHIEDI AIUTO A UNO PSICOLOGO SU GUIDAPSICOLOGI.IT
Trova sostegno nella prima guida in Italia che riunisce gli specialisti della psicologia

back


 
 
note legali  -  pubblicità  -  e-mail: info@primonumero.it  -  P. IVA: 01438950709 - telefono: 0875.714146 - fax: 0875.453113
© Copyright 2000-2017 - Tutti i diritti sono riservati - Primonumero - Città in Rete
visitatori dal 7 aprile 2006