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Battaglia al capolinea
La coppia molisana che affittò un utero in Russia: Strasburgo stronca l’ultima speranza
Arriva la sentenza definitiva della Corte di Strasburgo dopo una battaglia durata sei anni: "Niente figli se non c’è legame biologico". Il bambino nato in Russia nel 2011 da maternità surrogata non potrà tornare con Donatina e Giovanni, 49 e 61 anni, che si erano rivolti a una pratica legale in Russia per diventare genitori. Al rientro in Italia il test del Dna aveva rivelato che il signor Campanelli non era il padre biologico del bambino, e il piccolo era stato affidato a un’altra famiglia. Oggi verdetto finale della Corte di Straburgo, che stronca l’ultima speranza della coppia di Colletorto, che nel frattempo ha avuto un figlio biologico. Il legale Simone Coscia commenta: "Sentenza deludente".


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La loro battaglia per essere genitori ha incontrato la parola fine. Donatina Paradiso e Giovanni Campanelli, 49 e 61 anni, non potranno riavere il bambino nato in Russia nel 2011 con la maternità surrogata. La Corte di Strasburgo, dopo sei anni di vicende giudiziarie e drammi umani, ha stabilito che la coppia di Colletorto non può riconoscere un figlio come suo «se il bimbo è stato generato senza alcun legame biologico con i due aspiranti genitori e grazie ad una madre surrogata».
Una storia che comincia in Molise, quando i due coniugi provano inutilmente la fertilizzazione in vitro e poi prosegue in Russia, dove i due ricorrono alla maternità surrogata, pratica legale in quel Paese. Tutti i risparmi – 50mila euro - investiti nel sogno di diventare genitori. Un sogno che per un po’ si realizza: il bambino è nato il 27 febbraio 2011 e come consentito dalla legge sovietica, Donatina e Giovanni vengono registrati come genitori del bebè, senza necessità di specificare che la nascita era avvenuta attraverso l’utero in affitto. Ma nove mesi dopo accade che quel bambino venga stato dato in affidamento ad altri. la trascrizione dell’atto di nascita del piccolo nell’anagrafe italiana, nell’agosto 2011, viene rifiutata. Le autorità ritengono che il certificato di nascita russo contenga informazioni false sulla vera identità dei genitori del piccolo.


I coniugi molisani vengono accusati di aver inserito informazioni false all’interno della certificazione e imputati di falsa dichiarazione di stato civile, falso e violazione della legge sull’adozione internazionale. Il pubblico ministero del Tribunale dei minori di Campobasso dichiara il bambino disponibile per l’adozione, dal momento che, ai fini della legge italiana, risultava “abbandonato”. E il bambino finisce a un’altra famiglia. Il test del Dna aveva rivelato infatti che il signor Campanelli non era il padre biologico del bambino; dunque, dei gameti provenienti geneticamente da altra persona erano stati utilizzati nel corso della procedura di fecondazione. Conseguentemente, il tribunale dei minori decideva, il 20 ottobre 201,1 che il bambino dovesse essere tolto ai genitori e dato in affidamento ad altra coppia.
La signora Paradiso e il signor Campanelli hanno sempre sostenuto di aver agito in buona fede, affermando di non essere stati a conoscenza che il patrimonio genetico di Giovanni Campanelli non era stato utilizzato nella clinica russa.


Quattro anni dopo Donatina, che fa il medico, partorisce un bambino che oggi ha un anno e mezzo. E intanto porta avanti, col marito, la battaglia per riavere il piccolo nato in Russia. La coppia si rivolge alla Corte europea dei diritti umani, che nel 2012 dà ragione ai genitori. Strasburgo infatti stabilisce che l’Italia ha violato il diritto della coppia a poter riconoscere come proprio il figlio, e condanna il nostro Paese perché non ha dimostrato che l’allontanamento del bambino dalla coppia era necessario. La Corte però non obbliga lo Stato italiano a restituire il bambino alla coppia, perchè nel frattempo il piccolo ha sviluppato dei legami emotivi con la famiglia d’accoglienza, con cui vive dal 2013.
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La condanna dunque consiste nel solo pagamento alla coppia di 30 mila euro per i danni morali e per le spese processuali.

Oggi, 24 gennaio, arriva la sentenza definitiva di Strasburgo, secondo cui una coppia non può riconoscere un figlio come suo se il bimbo è stato generato senza alcun legame biologico con i due aspiranti genitori e grazie ad una madre surrogata. I giudici della Corte di Strasburgo hanno stabilito che se le autorità italiane "avessero accettato di lasciare il bambino con la coppia, dandogli la possibilità di divenirne i genitori adottivi, questo sarebbe equivalso a legalizzare una situazione creata dalla coppia in violazione di importanti leggi nazionali", tra cui quella che regola le adozioni. La Corte di Strasburgo ritiene quindi legittimo "il desiderio delle autorità italiane di riaffermare l’esclusivo diritto dello Stato di riconoscere una relazione genitori-figli solo in presenza di un legame genetico o di un’adozione legale".

«Deludente la sentenza della Corte»: così l’avvocato Luigi Coscia di Termoli, legale di fiducia della coppia di Colletorto, commenta il verdetto di Strasburgo.
«Devo ancora approfondire la sentenza della Corte di Strasburgo - ha aggiunto Coscia - che mi è pervenuta in francese. I ricorrenti, i coniugi di Colletorto, non sono ancora a conoscenza dei dettagli della decisione della Corte. In questi anni hanno concepito un figlio ma la vicenda del piccolo cui hanno rinunciato rimane per loro molto dolorosa e li ha segnati molto profondamente». Oggi, quel bambino ha quasi 6 anni e da quasi due è stato adottato da un’altra coppia, in Italia.

(Pubblicato il 24/01/2017)

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