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Cronache
Vivere in un container a 10 gradi sotto zero: la storia ‘ai limiti’ di Antonio Della Porta
L’ex imprenditore termolese vive dal 2000 in una baracca a Colle delle Api a Campobasso: «Come si può sopravvivere in queste condizioni con tutta la neve che è caduta in questi giorni? Per uscire di casa, mi sono venuti a prendere con un trattore. Vivo solo e abbandonato. Ma sono orgoglioso e continuo a combattere con dignità, e mi reputo un imprenditore». La sua assurda vicenda parte nel 1992, quando la sua impresa edile fu dichiarata fallita. L’appello per riabbracciare la sua città: «Ho diritto a mangiare anche io, datemi una mano a tornare a Termoli».


Campobasso. Quando si sta al calduccio, in una casa piena di comfort, difficilmente si pensa a come potrebbe essere vivere all’addiaccio, senza riscaldamento e con la neve che cade giù come “comanda Iddio…”, per dirla alla Eduardo. Ma nel 2017 succede ancora che in molti vivano in baracche, dormano in posti di fortuna, nell’indifferenza generale. E c’è chi, nonostante le immani difficoltà, combatte quotidianamente, con dignità. Chiedendo un aiuto, però, perché sta arrivando allo stremo: «Come si può sopravvivere in una baracca e con tutta la neve che è caduta in questi giorni?» si domanda Antonio Della Porta, ex imprenditore edile che da diciassette anni, sì avete capito bene, diciassette, vive in una baracca a Colle delle Api, a due passi dai centri commerciali. Caldo, freddo, ghiaccio, sole cocente. Lui è lì dal 2000, quando arrivò a Campobasso a seguito delle vicissitudini personali avute a Termoli.
Lo scorso 8 gennaio, quando i centimetri di neve sono diventati cento e oltre, non ha potuto neanche aprire la porta: «Mi sono venuti a prendere con un trattore, eppure sono vicino al centro della città. E’ inutile che vi dica come sopravvivo con questo freddo. Vivo solo e abbandonato. Solo perché sono orgoglioso, e mi reputo un imprenditore». In effetti, la stufetta che utilizza per le baracche, una sorta di container per dormire e una stanzetta di legno adibita a studio, è largamente insufficiente per riscaldarsi.

Ed ecco la sua storia, già trattata quattro anni e mezzo fa da Primonumero. Le cose purtroppo non sono cambiate: «Mi rendo conto che non potrò sopravvivere ancora in queste condizioni. Come può durare 25 anni un fallimento non voluto, ma voluto dai poteri forti, gli stessi poteri che si disinteressano della povera gente?». La vicenda parte nell’ormai lontano 1992, quando Della Porta subì «una vera e propria truffa e mi sono ritrovato con un pugno di mosche in mano e un fallimento da affrontare e non ancora chiuso ad oggi, nonostante i miei beni siano stati venduti all’asta. C’è di più, in seguito con la mia denuncia nacque Black Hole, lo scandalo della sanità in Molise. Da lì ho iniziato a passare ulteriori guai. Io sono l’unica parte offesa di quella indagine. Ma la causa è stata trasferita a Bari ed è andata in prescrizione, mentre per i politici coinvolti il fatto non sussiste. Il procuratore Magrone scriveva nel 2010: l’hanno portato alla miseria più completa con seguito fallimento dagli anni novanta ad oggi». L’appello dell’ex imprenditore è eloquente e carico di rabbia e rammarico: «Nessuno si preoccupa di questo signore che aveva un’azienda edile che ha dato da mangiare a 38 famiglie, i quali che non avanzano niente dal sottoscritto, io ho pensato a pagare i miei operai. Lo Stato dove sta?».

Antonio non si è mai perso d’animo, non ha mai mollato: «Ho usato mani e cervello per rimettere su una piccola azienda a Campobasso nel 2000. Ma in banca non posso chiedere neanche mille euro perché sono fallito: il fallito non ha più diritto a vivere. Quando mi hanno dichiarato fallito, il cancelliere mi disse: “Antonio, oggi hanno affisso i manifesti per te, è morto Antonio Della Porta”. Lì per lì gli risposi anche infastidito, ma a distanza di anni devo dargli ragione. Ho passato 25 anni con un fallimento addosso e senza più la famiglia, non ho più nessuno».
L’anima dell’imprenditore c’è e si tocca con mano, e quando parla della sua esperienza il tono della voce si fa duro, si alza giustamente: «Mi rivolgo ai giovani e a quei pochi imprenditori che esistono nella nostra terra: io ho dimostrato che con un fallimento addosso, vivendo nelle baracche, continuo e continuerò a fare i miei vasi, perché mi sento sempre un imprenditore. Ho diritto a mangiare e a vivere, ma lo Stato è latitante. C’è da dire che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo le vari indagini tra Prefettura e Questura, mi ha mandato un assegno circolare da 2500 euro. Alle istituzioni locali non interessa niente dalla povera gente. Io resisto qua dentro, né mi ammazzo né ammazzo qualcuno: un vero imprenditore combatte, non si butta giù dal ponte. Ma le istituzioni cosa hanno fatto per me? Nulla, un aiuto non me l’hanno dato, se non 100 euro al mese dal Comune».

Qualcuno l’ha accusato di non voler andare a vivere in una casa popolare: «La casa popolare? Devi essere iscritto nelle graduatorie, ma purtroppo io sono un uccello libero, la dessero a chi ha bisogno la casa, io mi sto nelle mie baracche.
Ma questo non vuol dire che una persona non vada aiutata, anche perché vi ho dimostrato che lavoro, che ho una dignità che fa paura. Cosa devo fare ancora? Io non disturbo, vorrei solo mangiare.
Ad oggi non ho una bombola e non ho i soldi per cucinare, non si può vivere con 100 euro e una pensione di invalidità con cui non posso mantenere questa piccola azienda. Ma in compenso posso dimostrare chi è un vero imprenditore e un vero uomo».

Fuori nevica, e il freddo si inizia a sentire. Figuriamoci per chi qui dentro ci vive di giorno e soprattutto di notte, con dieci gradi sotto zero, «quando non bastano due-tre coperte per scaldarsi e prendere sonno. E d’estate è ancora peggio, il container diventa rovente…». Ma di cosa si occupa oggi Antonio Della Porta? «Io faccio gli orci, ma molti non sanno neanche cosa significa in italiano. Quello che faccio è riciclaggio di materiali, ho tante idee da mettere in pratica. Ho offerto il mio brevetto per fare una piattaforma di riciclaggio riutilizzando i prodotti creando l’orcio, cordoli stradali, statue, ristrutturare opere pubbliche. In questo modo, non si riempiono le discariche e in più si dà lavoro, chi esce dalla scuola d’arte dovrebbe venire in posti come il mio».
Volgendo lo sguardo poco più in là, si nota una sorta di studiolo messo su: «Guardi, sono un fallito che ha rivoluto il suo ufficio. Avevo sette casse, 8mila metri di capannoni, sette autotreni, e voi mi lasciate così? Ho diretto la fornace di Termoli, non sono un fesso qualsiasi. Ho tante lettere del prefetto, mi avevano promesso una casetta. Ne avevano trovata una a San Giuliano di Puglia, che però non era adatta per presenza di feci di topi. E non mi hanno potuto aiutare. Il prefetto Trotta è stato eccezionale, come del resto Di Menna. È venuto da me sei volte, prendendo a cuore la questione. Ma la burocrazia va al di là della realtà. Che diritti ho io? Non portatemi alla morte certa qua dentro, visto che tutti mi hanno abbandonato. Vorrei tanto tornare a Termoli, la mia città: chiedo troppo?».
(Diesse)

(Pubblicato il 19/01/2017)

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