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Cronache
Caso Cucchi, inchiesta bis: è molisano uno dei tre carabinieri accusati di omicidio
Secondo la Procura furono i militari a pestarlo. E c’è anche Alessio Di Bernardo, 36enne di Sesto Campano, fra i tre carabinieri ora indagati per omicidio preterintenzionale per la vicenda della morte del giovane Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009. Il militare isernino, precedentemente sotto inchiesta per lesioni personali, dovrà rispondere anche di abuso di autorità. All’epoca dei fatti lui e gli altri due colleghi sospettati di aver picchiato Cucchi erano in servizio al Comando Stazione di Roma Appia. L’inchiesta è stata riaperta: in prima istanza i militari erano accusati di lesioni personali.


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Dovrà rispondere di omicidio preterintenzionale, oltre che di abuso di autorità Alessio Di Bernardo, 36 anni, da Sesto Campano. Assieme a due colleghi, il carabiniere isernino ha ricevuto l’atto di chiusura delle indagini da parte della Procura della Repubblica di Roma per il noto caso della morte di Stefano Cucchi, che il 22 ottobre 2009 morì all’ospedale Pertini di Roma qualche giorno dopo essere stato arrestato proprio da quei tre militari. Secondo l’accusa, Di Bernardo e i colleghi Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco pestarono il giovane geometra trovato con un piccolo quantitativo di droga al punto da provocare al ragazzo «una rovinosa caduta» che insieme alla «condotta omissiva dei sanitari dell’ospedale» l’avrebbe portato al decesso.

E’ la prima volta che la Procura capitolina ipotizza il reato di omicidio per questo caso. Si tratta nello specifico di omicidio preterintenzionale, vale a dire quando la morte arriva come conseguenza di un’azione violenta, in questo frangente le lesioni personali. E’ quindi una svolta clamorosa nell’inchiesta bis sulla morte del giovane geometra, una vicenda da tempo di dominio pubblico e che aveva provocato sconcerto sia per le circostanze della morte, sia per l’assoluzione dei presunti responsabili, militari e sanitari, nel primo processo.

Adesso secondo il procuratore generale Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò la ricostruzione è ben diversa dalla precedente: sarebbero stati proprio Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco, dopo aver fermato Cucchi al Parco degli Acquedotti di Roma e averlo sottoposto alla perquisizione a casa, a pestarlo. I magistrati scrivono di «calci, pugni e schiaffi tali da provocare una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale». Questo, unito «alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi nella struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte». Non viene menzionata invece l’ipotesi della morte per epilessia che era emersa con la perizia precedente.

Sempre secondo la Procura, i tre carabinieri avrebbero sottoposto il geometra «a misure di rigore non consentite dalla legge».
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L’accusa aggiunge «l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento». Nella stessa vicenda Tedesco è indagato anche per falso e calunnia. Il procuratore Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò contestano invece altre accuse agli agenti della penitenziaria. In particolare il reato di calunnia a Roberto Mandolini, comandante Interinale della stazione Roma Appia, allo stesso Tedesco e a un altro militare, Vincenzo Nicolardi. Per Mandolini anche un’imputazione di falso.

Appare molto probabile, a questo punto, la richiesta di rinvio a giudizio. La difesa di uno dei tre, il legale Eugenio Pini, si dice però certo di poter provare la non colpevolezza dei tre indagati per omicidio. «La Procura ha esercitato una sua prerogativa e ha formulato il capo di imputazione che ritiene sussistente. Noi riteniamo, di contro, che tale contestazione non potrà essere provata nel giudizio in quanto gli elementi di fatto su cui fonda non sono riscontrabili in atti e, tanto meno, nella perizia disposta dal Gip con incidente probatorio».

(Pubblicato il 17/01/2017)

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