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Da 70 anni nel Borgo fra dialetto e Cattedrale: "Ho anche baciato il teschio di San Timoteo"
Lucia Marinaro è una delle memorie storiche del paese vecchio, dove vive dal 1949. «Che bello che era, pieno di vita e di persone. La vita era più semplice, mi piacerebbe rivederlo così». Punto di riferimento del Borgo anche per il suo impegno in Cattedrale, negli ultimi anni è diventata un volto noto della città per il vernacolo, scrivendo e declamando poesie e recitando commedie al centro anziani. «Non voglio primeggiare, ma partecipare».


di Stefano Di Leonardo

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Termoli. Non è nata a Termoli, ma del Paese Vecchio può essere considerata una delle memorie storiche. Lucia Marinaro, classe 1942, abita a Palazzo Figliola, al Vico VI Duomo che confina con la Cattedrale. Ormai del Borgo conosce pure le pietre, forte di quasi 70 anni vissuti fra quei vicoli, ascoltando voci e percependo umori, osservando cambiamenti. Oggi Lucia, sposata dal 1964 con Pasqualino Barone, è madre di quattro figli e nonna di nove nipoti. Ma è anche tanto altro: è la signora che rappresenta Termoli e la sua cucina a Geo&Geo, custode delle tradizioni religiose e da qualche tempo si è scoperta appassionata di poesia in vernacolo.


Come mai una termolese come lei non è nata a Termoli?
«Sono nata a Montecilfone poiché mio padre era stato adottato da una famiglia che viveva lì. Partì per la seconda guerra mondiale quando io avevo solo 8 giorni. Tornò che ero una bambina cresciuta».

E quando vi trasferiste a Termoli?
«Qualche anno dopo la guerra. Nel 1949 la mia famiglia vendette dei terreni e con quei soldi comprò Palazzo Figliola, un edificio storico del paese vecchio, costruito attorno al 1400. Lo pagò un milione e 200 mila lire. Secondo alcuni nei sotterranei ci sarebbe un collegamento con la Cattedrale».

E ha sempre vissuto lì da allora?
«Sì, sempre. Però a un certo punto sarei voluta andar via da qui. Per fortuna mio padre si oppose. Col senno di poi fece bene. Tanti se ne sono andati e oggi vorrebbero tornare a vivere nel Paese Vecchio».

Si ricorda com’era nel Dopoguerra?
«Certo, ricordo i personaggi che c’erano, i negozi, la vita semplice che si faceva una volta. C’era sempre un sacco di gente in giro, il Borgo pullulava di persone. C’era la bottega dove si imparava a fare le reti, alla fontana ci si azzuffava per l’acqua, si sentivano continuamente delle urla. D’estate si faceva la salsa, si stendevano le lenzuola bianche. Si stava con le porte aperte, ogni tanto andavamo a trovare qualcuno. A Natale si andava dalle persone a regalare le scarpelle. Era bello, vorrei rivederlo com’era».

C’è qualche storia particolare dell’epoca?
«Io ascoltavo tutto, proprio come fanno i bambini. Ricordo che tanto tempo si diceva ci fossero dei fantasmi a Palazzo Figliola. Ci raccontavano di una bambina sepolta sotto le fondamenta. Un giorno, quando avevo 12 anni, mentre tornavo a casa vidi una bambina vestita di bianco, mi sono spaventata e sono svenuta. Poi si raccontava spesso del famoso Mazzemarille».

Già da bambina coltivava le passioni per la poesia, la recitazione e il canto?
«No, ho cominciato dopo i 50-60 anni. Quando andavo a scuola, la maestra mi diceva che ero brava in italiano. Però non ho mai coltivato queste passioni, diciamo che erano sogni nel cassetto».

Cosa le piace, in particolare?
«Mi piace partecipare, essere coinvolta, sentirmi utile. Non primeggiare, quello non mi interessa».

Lei è nota per come recita le poesie in vernacolo. Si ricorda la prima volta?
«Come no, è successo pochi anni fa. Sono stata invitata a declamare una poesia sul palco alla Scalinata del Folklore. Ero molto emozionata, tremavo. È andata benissimo e alla fine Giovanni De Fanis, che è stato mio compagno di scuola, mi ha detto: “Puoi fare l’attrice”».

Così le ha chiesto di recitare con lui i versi del suo libro sui proverbi e i modi di dire “Mo cchiù”.
«Sì, mi sono divertita. E poi mi hanno chiamato anche altri. Di recente la poetessa Maria Carmela Mugnano».

Recita solo poesie scritte da altri?
«No, le scrivo anche. Ho iniziato dedicando una poesia a Carlo Cappella dopo la sua morte. Si intitola “Stenghe aspettanne”».

Cosa la ispira?
«Non c’è una cosa in particolare. Mi vengono in mente delle cose, dei versi, me li appunto, poi ci torno su, li sistemo. Scrivo prima in italiano e poi traduco in vernacolo».

Ma non si limita alla poesia, giusto?
«Sì, ho recitato nelle commedie del centro anziani di via Sannitica. Mi piace stare lì, essere coinvolta nel comitato.
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A volte anche solo una parola serve per far star meglio qualcuno. Ci sono tanti di quei Montecchi e Capuleti lì…».

E poi c’è il canto.
«Ho fatto parte come contralto della Corale Città di Termoli per 15 anni ma poi ho lasciato perché fanno le prove a San Pietro e per me che non ho la macchina è troppo distante. Però conto ancora nel coro della Cattedrale».

È molto religiosa?
«Sì, la chiesa è la mia seconda casa. Quasi tutti i giorni vado a pregare in Cattedrale, da sola, alle 8 del mattino. Sto lì 20 minuti, servono anche per ricaricarmi. È qualcosa di molto personale. È interiore, non mi interessa l’apparenza. Quante volte io e altre signore abbiamo pulito la Cattedrale. Ricordo ancora nel 1983, prima dell’arrivo di papa Giovanni Paolo II, pulimmo con stracci di lana. E poi ho un altro ricordo».

Quale?
«Una volta ho baciato il teschio di San Timoteo. Il vescovo D’Ambrosio me lo concesse, eravamo insieme a don Nicola Mattia. È una sensazione indescrivibile, non posso raccontarla. Io sono particolarmente devota a San Timoteo».

Può dirci invece di quella volta che la trasmissione tv di Rai Tre Geo&Geo è venuta da lei?
«È stato Oscar De Lena a contattarmi dicendo che il programma cercava una persona che rappresentasse Termoli e la sua cucina. Sono venuti a casa mia in quattro, la regista mi osservava cucinare. Ho preparato i fusilli fatti in casa col sugo di pescatrice e le seppie arrosto coi peperoni. Come dolce la pizza col bicarbonato. È stato bellissimo, una giornata indimenticabile, la troupe ha mangiato di gusto, facendo il bis dei maccheroni. Oscar mi ha detto che ho fatto fare un figurone a Termoli. Peccato che in tv ho visto poco di quelle riprese, ma so che ogni tanto vanno in onda».

Se la sente di dare un consiglio ai giovani d’oggi?
«Dico loro di ascoltare le persone anziane piene di saggezza, oltre che i propri genitori. Oggi noto che manca il rispetto, l’educazione della famiglia e della scuola. Noi anziani siamo pieni delle cose imparate a scuola. Però so anche che bisogna accettare i tempi che cambiano. Anche i miei nonni dicevano che i loro tempi erano più belli».

(Pubblicato il 08/01/2017)

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