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Se l’arbitro si chiama Rachid e fa l’Imam picchiare si può: mini squalifica e querela bloccata
«Al mio aggressore solo cinque mesi di squalifica, mentre a quello del mio collega tre anni e sei mesi. Forse perché io sono marocchino e musulmano e l’altro è un arbitro italiano?». Rachid El Messki, arbitro federale della sezione molisana, racconta – carte e verbali alla mano - l’aggressione subita lo scorso 8 novembre durante la partita tra Mirabello Calcio e Acli Calcio Campobasso. L’attuale Imam della moschea di Foggia, 32 anni, ha deciso di fare denuncia, e punta il dito anche contro l’osservatore degli arbitri che «prima della partita mi ha intimato di tagliare la barba. Perché farmi una lezione di vita? Io sono musulmano e nella mia religione la barba ha un significato ben preciso. E non devo giustificare la mia fede».

di Alessandro Corroppoli

Da sempre, nel mondo del calcio, le cosiddette "giacchette nere" sono oggetto - da parte di tifosi ma anche di addetti ai lavori - di “apprezzamenti” di ogni tipo. Non c’è domenica e partita che agli arbitri non venga ricordato il mestiere della madre con una sfilza di “complimenti” di accompagnamento. Una prassi di normale volgarità che si nasconde dietro la sibillina e demagogica frase "sono cose da campo che nel campo rimangono". Spesso, purtroppo, dalle offese si passa alle mani. E se è difficile vedere arbitri picchiati nei principali campionati professionistici europei, non è affatto insolito assistere a immagini di violenza in quelli sudamericani o nei campionati dilettantistici regionali.

8 novembre 2015, campionato regionale di Prima Categoria del girone B. Allo stadio comunale di Mirabello Sannitico, si affrontano i padroni di casa del Mirabello Calcio e le Acli Calcio Campobasso. Siamo nei minuti finali con il risultato che vede in vantaggio la formazione di casa per due reti ad una. Il direttore di gara assegna cinque minuti di recupero. Cinque minuti nei quali succederà tutto. L’arbitro designato a dirigere la gara è il giovane Rachid El Messki. Rachid ha trentadue anni e vive a Casalnuovo Monterotaro, piccolo centro della Daunia in provincia di Foggia.
Arrivato dal Marrocco, Rachid si è laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Bari nell’aprile del 2015. Inoltre, è anche l’Imam di una delle mosche più grandi del Mezzogiorno italiano, quella di Foggia. Infine, Rachid, è anche arbitro federale di calcio a undici dal dicembre 2009 ed è iscritto alla sezione arbitrale di Campobasso.

Torniamo alla partita. Mancano pochi minuti alla fine e il giovane ingegnere concede cinque minuti di recupero. Al secondo minuto di recupero le Acli Campobasso pareggiano. L’arbitro convalida la marcatura e si scatena il putiferio. «Era esattamente il 47° minuto del secondo tempo. - racconta Rachid -. Le Acli pareggiano, io convalido il goal ma mentre mi appresto a segnare goal, marcatore e minuto sul mio taccuino; vengo raggiunto da sei giocatori del Mirabello che iniziano a protestare con veemenza». Incedere e tono minaccioso, tanto che presto si passa dalle parole ai fatti, cioè alle mani.

In particolare, il portiere della squadra locale, Antonio Mazzilli, «dapprima mi mette le mani sul petto spingendomi con forza, poi mi da una gomitata tra il collo e la mascella facendomi cadere a terra». Conferme in tal senso arrivano anche dal referto del Giudice Sportivo che così scrive: «il portiere Antonio Mazzilli (Mirabello Calcio) gli si avvicinava pericolosamente e, nella foga delle proprie proteste, lo spingeva al petto, lo urtava con il gomito tra la mandibola ed il collo e lo faceva cadere a terra, provocandogli forte dolore».

A seguito dell’aggressione e della relativa caduta, Rachid rimane stordito a terra per un minuto. Rialzatosi, decide di sospendere la gara e di accertare le sue condizioni fisiche al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Campobasso. «Avevo giramenti di testa e ho avuto anche paura. Così, ho deciso di sospendere la gara perché non ero più in condizione di farla proseguire (il fattaccio è avvenuto al secondo dei cinque minuti di recupero, ndr). Mentre mi avviavo verso gli spogliatoi, accompagnato da Nicola Pietra, Diego Caiella, Michele De Vivo - rispettivamente accompagnatore, massaggiatore e allenatore del Mirabello -, venivo raggiunto e insultato con frasi offensive di ogni genere».

Dopo la doccia, Rachid continua ad avere mal di testa. Così, dopo aver parlato con l’osservatore degli arbitri, che ha assistito a tutta la partita, decide di andare in ospedale. I medici del nosocomio molisano lo dimettono con 10 giorni di prognosi. Dieci giorni che inducono il Giudice sportivo a decidere di «squalificare fino al 14/04/2016 il calciatore Mazzilli Antonio (Mirabello Calcio)». In totale, quindi, 5 mesi di squalifica.

Sin qui parrebbe tutto normale: un’aggressione subita, sospensione della partita e squalifica dell’aggressore. Appunto, parrebbe. Perché, già nell’immediato dopo partita, all’interno degli spogliatoi dello stadio comunale di Mirabello, l’osservatore degli arbitri «mi dice - racconta ancora Rachid - di avermi visto solo cadere a terra ma di non aver visto l’aggressione fisica. Eppure tutti i presenti hanno visto cosa è successo». Non finisce qua: «Prima della partita, lo stesso osservatore mi ha intimato di tagliare la barba. Scusate, ma l’osservatore era venuto a vedere la partita e il mio operato in campo oppure a farmi una lezione di vita e di stile? Io sono musulmano e nella mia religione la barba ha un significato ben preciso. E non devo giustificare con nessuno la mia fede».

Dal giorno dell’aggressione, l’otto novembre appunto, l’ingegnere marocchino ha a disposizione 90 giorni per querelare l’attentatore. «Ho deciso di farlo perché ritengo, e i fatti mi danno ragione, di aver subito non solo una violenza fisica ma anche una violenza morale». Nulla da eccepire, il problema risiede nel fatto che per rivolgersi al Tribunale, Rachid, ha bisogno del nulla osta della Commissione Disciplina degli Arbitri. La quale ha ricevuto parere positivo a procedere dal Comitato regionale arbitri e dal Presidente della Sezione arbitri di Campobasso, ma si esprimerà solo il prossimo 8 febbraio. Giorno nel quale, guarda caso, scadono i 90 giorni nei quali poter fare la denuncia.

«Mi è stato riferito che la mia pratica è stata comunicata solo un mese dopo aver subito l’aggressione, il 12 dicembre. Decisamente in ritardo. La Commissione disciplinare si riunisce solo una volta ogni due mesi e quel ritardo di comunicazione ha fatto slittare la discussione sul mio caso all’8 febbraio.
Ultimo giorno disponibile per poter querelare il mio aggressore».


Ma, a prescindere dall’esito della Commissione e dal parere che l’organo federale darà, Rachid è intenzionato, comunque, a rivolgersi alla legge ordinaria per valere i suoi diritti. Anche se questo passo, nel caso di risposta negativa al suo caso, portasse ad una sanzione disciplinare. «Parto dal presupposto che sono stato aggredito con la divisa dell’arbitro, dalla Federazione perché dovrebbero dirmi di no? Inoltre, nel caso ci fosse un divieto a procedere da parte della Commissione, io querelerò lo stesso il mio aggressore e valuterò a questo punto, insieme al mio legale, se procedere anche nei confronti degli organi arbitrali. Rischio la sospensione e anche la radiazione con la concreta possibilità di non poter fare più l’arbitro. Ma per me ne vale la pena».

Anche perché la goccia che fa traboccare il vaso è un’altra. E’ il 6 gennaio 2016, si gioca la partita Real Roseto-San Marco La Catola, match che vale per il campionato di prima categoria regionale girone B. Dal referto del Giudice sportivo si legge: «Al 18° del secondo tempo, a seguito di una decisione tecnica dell’arbitro, il calciatore Stefano Patella (San Marco La Catola) calpestava con forza e violenza con il proprio piede sinistro il piede destro dell’arbitro, provocandogli forte dolore. A questo punto l’arbitro espelleva il Patella. Alla notifica del provvedimento disciplinare, il Patella reagiva in maniera spropositata tirando con violenza e rabbia un fortissimo schiaffo al viso dell’arbitro, provocandogli forte dolore, stordimento e forti giramenti di testa. Dopo poco, il Patella si avvicinava di nuovo all’arbitro e lo colpiva con un violento calcio allo stomaco, procurandogli forte dolore e sensazione di vomito».

Altra aggressione verso un direttore di gara, la seconda in due mesi: partita sospesa e, come Rachid, anche questa "giacchetta nera" si reca al pronto soccorso per gli accertamenti del caso. Il responso dei medici è 8 giorni di prognosi. Però, la squalifica per il giocatore espulso è di quelle esemplari: tre anni e sei mesi lontano dai campi da calcio. Ed è proprio da questa decisione che scatta tutta la rabbia dell’Imam di Foggia. «Perché questa differenza di valutazione? Perché al mio aggressore solo cinque mesi e all’altro tre anni e mezzo? Eppure, stando ai referti medici il mio è più grave: dieci giorni contro otto. Perché questa discriminazione? Devo pensare che sia un problema di razza?».

Infine, entrambe le partite sono state sospese e assegnate a tavolino per tre a zero alla squadre avversarie dei giocatori puniti. Però, nelle cronache sportive dei media molisani del caso dell’arbitro marocchino non si è discusso. O meglio si è parlato di “partita rinviata”, cosa non vera. «E’ stato scritto e detto che la partita era stata rinviata, mentre è stata sospesa, come è stato riportato dal Giudice Sportivo. Perché questo silenzio nei miei confronti?»

(Pubblicato il 02/02/2016)

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