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AndreaDega
 
L'intervista
Molisano il presidente dei Geologi più giovane d’Italia: "Il nostro territorio è maltrattato"
A 36 anni Giancarlo De Lisio di Guglionesi è diventato il presidente dell’Ordine dei Geologi del Molise, primato di giovinezza in tutta la Penisola. Dopo la laurea alla Federico II di Napoli e un’esperienza in Namibia, da tre anni lavora in proprio. «Mi batterò per la legalità negli appalti nel mio settore» annuncia. Poi analizza il territorio regionale. «Dagli anni Sessanta sono state fatte scelte scellerate. Siamo a rischio per molte cose, ci manca solo un vulcano».

di Stefano Di Leonardo

Qui sopra Giancarlo De Lisio, neo Presidente dell’Ordine dei Geologi del Molise e alcuni geologi molisani
Una volta tanto il Molise ha un primato di giovinezza invece che di longevità. Giancarlo De Lisio, 36 anni, è stato da poco eletto Presidente dell’Ordine dei Geologi del Molise, in seguito alle dimissioni del dottor Domenico Angelone che lo ha preceduto. Sarà quindi lui a guidare i geologi molisani fino al 2017. A sentirlo parlare in quest’intervista però si capisce quanto la saggezza non gli manchi, nonostante la giovane età. Come quando mette in risalto quanto l’uomo subdolamente provochi per poi sfruttare i disastri naturali in maniera artificiale.

Giancarlo, parlaci un po’ di te. Di dove sei?
«Risiedo nell’agro di Guglionesi, nella zona della Statale Bifernina, a pochi chilometri da Termoli».

Dove e cosa hai studiato?
«Ho studiato all’Università Federico II a Napoli, una città a cui sono rimasto molto legato ed a cui devo moltissimo nella mia formazione non solo universitaria. Ho frequentato la facoltà di Scienze Geologiche raggiungendo la laurea con lode nel 2005. Dopo la laurea, mentre collaboravo come tirocinante con dei colleghi geologi termolesi, ho avuto un’esperienza lavorativa in Namibia come geofisico marino per delle campagne oceanografiche».

Cosa fai nella vita?
«Attualmente, da alcuni anni, mi sono messo in proprio a fare il geologo libero professionista aprendo uno studio di consulenze geologiche. Dal settembre 2013 sono entrato nel Consiglio regionale dei geologi come Segretario, fino alla nomina a Presidente avvenuta poco prima di Natale».

Come hai accolto questa carica?
«Con una grandissima emozione, sono molto onorato che la maggioranza del Consiglio dei Geologi del Molise abbia trovato nella mia persona la figura del Presidente».

Obiettivi della tua presidenza?
«Come primo punto, ho molto a cuore il rispetto dei principi di legalità e trasparenza. A tal fine mi batterò, con la collaborazione del Consiglio e di tutti i colleghi molisani, alla vigilanza continua dei bandi pubblici ‘anomali’. Ad esempio relazioni geologiche subappaltate o, ancora peggio, redatte da non geologi, tutto ciò è vietato a termini di legge. Nel sito web istituzionale dell’Ordine c’è un apposito form per la segnalazione, anche in forma anonima, di tali anomalie. La relazione geologica non deve essere più considerata come un semplice ‘documento’ da allegare all’incarto progettuale, bensì una consulenza fondamentale da cui dovrebbe partire il tutto, sin dalla fase preliminare. Mi spiego: se ad esempio qualcuno ha un lotto di terreno su cui vorrebbe costruirsi una casa, come primo professionista da consultare dovrebbe essere proprio il geologo, egli può già dare indicazioni sulla fattibilità dell’opera, se c’è pericolosità da frana o alluvione ad esempio. Molto spesso però il geologo è chiamato alla fine, quando il tecnico progettista deve ‘fare i calcoli’ ed il ‘deposito’, ma ciò è diventato intollerabile».

Come sta oggi il territorio molisano e il suo mare?
«Purtroppo il nostro territorio regionale, soprattutto negli ultimi decenni, è stato spesso maltrattato dalla mano dell’uomo. Basti pensare che, ad esempio, i nostri centri abitati del Basso Molise, molti dei quali sono stati fondati anche più di 2000 anni fa, in genere sono sorti sulle colline ‘stabili’ del nostro territorio: il sottosuolo ha buone caratteristiche e non presenta particolari problemi di stabilità. È poi con l’espansione iniziata dagli anni ‘60 che sono state fatte delle scelte scellerate, molto spesso legate a speculazioni economiche e politiche, di allargare i nuclei abitati in aree dove non era propriamente indicato. Per il mare, la costa molisana è afflitta da seri problemi di erosione dell’arenile, soprattutto in zona Rio Vivo/Foce Biferno dove la linea di costa è arretrata anche di svariate centinaia di metri, che necessiterebbero di pronti interventi strutturali previa però un attento studio delle locali condizioni morfo-evolutive della dinamica costiera».

Alluvioni, frane, mareggiate, terremoti, cosa dobbiamo temere di più?
«Purtroppo sono un po’ tutte a pari merito, basti pensare a recenti eventi calamitosi che hanno interessato la nostra Regione, come il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, l’alluvione del Biferno del 2003 e la storica frana di Petacciato che si riattiva periodicamente. Per sdrammatizzare, direi che ci manca solo il rischio vulcanico».

Nei disastri molisani quanto pesa la mano dell’uomo?
«La questione è che bisogna ben distinguere la pericolosità dal rischio: la pericolosità di un’area è intrinseca ed è determinata dalle caratteristiche del territorio (ad esempio da faglie, fiumi o frane) ma è poi l’uomo a generare il rischio con delle scelte di pianificazione territoriale errate (ad esempio costruendo senza accorgimenti antisismici, in aree inondabili, franose). Per intenderci, posso riportare un esempio: un ipotetico sisma, di una determinata intensità, nel Sahara (area disabitata) fa zero danni e zero vittime rispetto ad uno in Italia (area abitata e con infrastrutture non propriamente antisismiche) che è ancora diverso da uno in Giappone (area molto abitata ma antisismica)».

Il clima sta cambiando davvero?
«La mia tesi di laurea, che trattava sull’alluvione del Biferno 2003 e cambiamenti della linea di costa molisana, ha affrontato anche tale tema e giunse alla conclusione che senz’altro dei cambiamenti climatici sono in atto, così come sono successi ‘naturalmente’ anche nel passato geologico, ma che di certo l’uomo moderno, con le sue azioni sregolate, sta esasperando l’entità e la velocità di tali modificazioni climatiche».

Quanto sarebbe utile una manutenzione più accorta?
«La manutenzione, unitamente alla prevenzione, sarebbero le armi più astute ed economiche di cui disponiamo contro le criticità del territorio.
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L’obiettivo deve essere puntare alla prevenzione e non più all’intervento post disastro. Il geologo deve essere inteso come supporto preliminare ad ogni pianificazione e alla realizzarne di qualsiasi manufatto, dal più banale al più complesso. È una rivoluzione culturale che stenta a conquistare la coscienza dei decisori. Quella attuale è una situazione indegna di un Paese che si definisce moderno. Purtroppo, ancora oggi, lo ‘stato di emergenza’ fa molto più comodo a certi (o molti) rispetto alla politica di prevenzione, della serie: “aspettiamo l’evento calamitoso (che sia esso terremoto, alluvione, frana) così arrivano soldi veloci ed abbondanti” rispetto alla classica e sempre vera “prevenire è meglio che curare”. L’altro aspetto, quello della manutenzione, è ugualmente fondamentale: ad esempio tenere i corsi d’acqua liberi da detriti e vegetazione è un qualcosa di relativamente economico da fare ‘in tempi di pace’ ma che è molto funzionale ‘in tempi di guerra’ durante cioè un evento meteo eccezionale».

L’agricoltura aiuterebbe la lotta al dissesto idrogeologico?
«L’agricoltura sicuramente, se ben fatta e rivalutata, giocherebbe un ruolo fondamentale nel combattere il dissesto idrogeologico. In effetti l’acuirsi dei dissesti si è registrato in seguito alla fase di industrializzazione ed abbandono delle campagne che una volta erano costantemente lavorate anche in maniera funzionale e non solo produttiva come oggi: un tempo il contadino era una vera e propria sentinella del territorio, quotidianamente presente ed in simbiosi con la terra, teneva puliti i canali di scolo delle acque, riparava i muretti a secco e terrazzamenti, conservava alcuni alberi e preveniva gli incendi, ad esempio. Oggi invece, con un tipo di agricoltura intensiva, si lavorano i terreni in maniera direi quasi violenta, molto profonda (ciò favorisce l’erosione delle acque nei versanti) spesso senza canali né drenaggi e con un disboscamento ormai totale. Credo che sicuramente, se le scelte politiche lo vorranno ad esempio con i nuovi Piano di Sviluppo Rurale e la Legge Forestale, un ritorno ad un’agricoltura fatta rispettando l’ambiente e gli equilibri geomorfologici sia un elemento estremamente positivo. Non bisogna poi trascurare l’importanza di limitare l’uso del suolo, una risorsa preziosissima e non rinnovabile, sempre più ‘mangiato’ dalle aree urbane impermeabili».

(Pubblicato il 11/01/2016)

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