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Tigre Amico
 
Termoli ieri e oggi
Termoli ieri, oggi e domani
Dai 300 abitanti di inizio ‘800 ai trentamila di oggi. Dal primo ufficio postale (1864) alla palazzi dei ferrovieri (1926). Le trasformazioni storiche e urbanistiche della città in una ricerca svolta da tre studenti universitari. Un confronto tra il tra passato e presente, mentre il nuovo Prg sta per essere licenziato definitivamente


di Chiara Maraviglia

Il Corso Nazionale ieri e oggi
La città che cambia, con le sue mille facce, con i suoi mille sorprendenti aspetti, con i risvolti positivi e quelli negativi. L’evoluzione o involuzione della ‘specie urbana’, il cemento che non c’è più, quello che c’è ancora, quello che ci sarà. Termoli nel corso della storia non è stata affatto immune dai grandi cambiamenti. Dal XIX al XXI secolo la maglia del territorio si è espansa in maniera forte, fino ad arrivare alla estensione di 54 chilometri quadrati. Nelle memorie del vescovo Tomaso Giannelli del 1748 la sua dimensione era così descritta: “il suo giro, che forma la figura di circolo, è di passi 300 circa”.
 
La citazione compare in una ricerca dal titolo “Termoli, fuori le mura!”, realizzata da tre studenti della facoltà di Scienze Turistiche dell’Università locale, per il corso di “Storia della città e del territorio”. Mariangela Bellomo, Giulia Michilli e Angelo Labbate hanno saputo ricucire i punti più importanti del processo di trasformazione del nucleo urbano, con particolare riferimento alla parte ottocentesca, ancora poco documentata.
 
Agli inizi dell’800 in città vivevano in 300, tra pescatori e marinai. “Le abitazioni dell’epoca, soprattutto edificate in pietra, erano composte prevalentemente da due locali con un focolare, nelle quali ‘dimoravvici i polli insieme e in alcune finanche porcini e somarini’”, si legge nella relazione dei tre universitari. Un’inchiesta sulle condizioni della popolazione, rispolverata dai tre studenti, rilevava che l’igiene era scarsa, tanto che nel 1866 l’archeologo francese Francais Lenormant trovò Termoli “la cittadina più sporca della costiera adriatica, ‘un dedalo di vicoli e vicoletti tra case cadenti e dall’aspetto quanto mai miserabile. Uno spesso strato di letame puzzolente e vischioso, che il sole non riesce a essiccare, copre il selciato pieno di buche e di fenditure’”.
L’acqua piovana era raccolta nel pozzo dolce e usata da tutti. Nel 1847 Ferdinando II di Borbone, trovandosi di passaggio a Termoli, accolse le richieste dei cittadini e diede il permesso di costruire al di fuori della cinta muraria per ampliare il centro abitato.
 
Ma qual è stato l’atto di nascita della città moderna? «Nel corso della visita il Re battezzò una bambina, di nome Maria Scuccimarri che sarà soprannominata “La Reginella” costituendole una ricca dote», raccontano i tre autori del contributo.
E la popolazione come si è evoluta nel corso degli anni? Nel 1835 erano 2057 le ‘anime’ che abitavano in città. Nel giro di quasi due secoli, si è arrivati a oltre 30mila unità. Il terreno, laddove oggi spuntano abitazioni a non finire, era tutto coperto da campagne rase e da boschi.
“Il bosco serviva per la raccolta della ghianda da utilizzare per nutrire gli animali nella rigida stagione dell’inverno e per la raccolta della legna e del carbone – si legge ancora nello studio – nel 1844 il bosco di Termoli veniva denominato Spugna e Demanio. Aveva un’estensione di 176.400 passi quadrati e di palmi 7. Era suddiviso in tre parti uguali chiamate ‘tomoli’ coltivate a querce, cerni e fustici”.
 
Era la strada del Sinarca a collegare il bosco con l’abitato, ed era lunga circa 2 miglia e larga 8 – 14 palmi tali da consentire il trasporto della legna con i carri e ‘cangiabile’ in ogni tempo.
I tre giovani ricercatori hanno scoperto che tra il 1881 e il 1890 il bosco ha subito delle modificazioni dovute sia a un incendio, verificatosi il 29 agosto del 1881, (che distrusse 33 ettari) e sia all’invasione di un insetto che distrusse il raccolto. «Nel 1847 Ferdinando II, oltre a dare il permesso per l’ampliamento della nuova città, definì il tracciato delle nuove strade, basandosi sull’impianto romano del cardo e decumano. Si procedette alla costruzione delle due strade principali: Corso Nazionale e Corso Umberto, ancora utilizzate, lungo le quali si sarebbe avviata la costruzione del borgo nuovo», dicono ancora i ragazzi.
 
La città ottocentesca è concentrata in un’area triangolare, con due lati paralleli alla costa e il terzo delimitato dal tracciato della ferrovia. Il “Burd”, l’Ufficio di ricezione e controllo dei dazi indiretti, per le dogane, sali, gabelle di consumo e diritti riuniti, venne inaugurato nel 1809. Il primo ufficio postale aprì nel 1864. Nella piazza principale della cittadina si svolgevano, di lunedì, le attività commerciali, mentre nell’area al lato erano coltivati i gelsi per i bachi da seta. Per il tempo libero c’era il Teatro Adriatico, quella struttura che si erge alla fine di Corso Nazionale, per la quale gli studenti, così come anche il Comitato Civico Termolese, hanno proposto il recupero, per tornare a fungere da centro culturale, in quanto cerniera tra il resto del nucleo urbano e il Borgo antico. Anche se la struttura continua a essere privata, e diventerà uno snak bar con locali commerciali. Un tempo il Cinema Adriatico era una sala e un teatro noti a livello nazionale, compariva nelle riviste dell’epoca per il suo prestigio culturale.
 
Sempre in quegli anni c’erano poi i luoghi di culto e della cura e sofferenza. Il primo ospedale sorse dove oggi si trova la Caserma della Guardia di Finanza.  Il 25 aprile del 1864 fu una data storica: Vittorio Emanuele II inaugurò il tronco ferroviario Ortona – Foggia, che nel 1882 venne ampliato con l’apertura del tratto Termoli – Larino. La ferrovia è stata per anni anche il confine tra il borgo, la città ottocentesca e la campagna. Nel 1889 l’ingegnere Giuseppe Figliola presentò al Comune un progetto di ampliamento della cittadina. Nacque così la “Termoli vecchia”, che, secondo quanto ricostruito dai tre studenti universitari, ancora oggi si caratterizza per una «prevalenza di fabbricati di altezza massima di 3 o 4 piani», manifestando una vocazione a un’edilizia più rispettosa dell’ambiente e della tradizione.
 
Il XX secolo si aprì con l’inaugurazione dell’illuminazione pubblica a energia elettrica, fornita dalla centrale di Guglionesi dei fratelli Battista. Fu costruita anche la rete fognante, potenziata nel 1920. “Il sistema viario fu ampliato e migliorato nel 1936 con la sostituzione del pietrisco con l’asfalto e con l’apertura della strada cittadina che collegava la stazione ferroviaria con il porto tramite il corso Umberto I per opera del federale Lamonaca e con l’istituzione della strada che congiungeva Termoli con Castelmauro e Campobasso, lunga 54 km e percorribile con la Corriera Frentana”, prosegue il testo di “Termoli fuori le mura!”.
La nuova rete di collegamento ha creato molti posti di lavoro – nel 1926 sorsero i palazzi dei ferrovieri – e dall’altro lato è sempre stata uno sbarramento “che separa la costa vera e propria dal resto del territorio e che, allo stato attuale, divide la città ottocentesca dalla città moderna e da quella nuova sorte dopo gli anni ’60”.
 
Sempre nel 1926 venne realizzato il monumento di piazza Vittorio Veneto, dall’artista campobassano Enzo Buchetti e con l’epigrafe del filologo e saggista Gennaro Perrotta. A fine anni ’20 la piazza, dedicata a Benito Mussolini, non era pavimentata né illuminata, ed era priva di vegetazione. Non aveva intorno gli edifici, come la scuola, e le costruzioni private di oggi, e quindi era più spaziosa.
 
Il primo circolo didattico è stato eretto nel 1931, costato 2550 lire. Piazza S. Antonio ha sempre avuto le caratteristiche della villa comunale. Nel 1952 il giardino pubblico venne smembrato per la costruzione dell’attuale Municipio, e venne anche realizzata parallelamente la scuola elementare nel seminario. Anche in piazza Garibaldi esisteva un giardino, poi divenuto aiuola spartitraffico. Largo Regina Elena ha subito a sua volta non poche trasformazioni: al centro dello slargo della Madonnina nel 1936 c’era una fontana in pietra con 4 leoni. Oggi c’è la statua, e in ricordo delle antiche sembianze rimane solo la palma.
 
Agli anni ’60 risale l’inizio del boom economico, molto sentito anche a Termoli e nella regione. La città è un ‘luogo’ dove per la prima volta e forse per l’ultima in Molise, sono state riunite persone, culture, storie, saperi che appartenevano al patrimonio culturale molisano. «Questo nuovo ‘luogo’, forte dell’imperioso sviluppo, forte di una nuova comunità, poteva assurgere a ruolo guida del cambiamento socio – economico della città. Si è scelta una strada diversa», affermano i tre studenti.
Nel 1975 venne presentato il nuovo Prg, che prevedeva la costituzione di “isole disposte parallelamente al tracciato autostradale e volutamente autonome e autosufficienti nelle intenzioni, secondo i dettami urbanistici in voga al momento della loro previsione”. Porzioni del territorio urbano autonome, con aree adibite a parcheggi, per verde attrezzato, di interesse comune e residenziali. Ma il progetto si è tradotto in una «mancata comunicazione tra le diverse zone della città tanto che esse oggi appaiono separate tra loro non solo dalla ferrovia ma da vasti spazi liberi e ampiamente scollegate».
Le isole sono quartieri dormitorio dai quali è esclusa qualsiasi comunicazione con i cittadini del centro. Delle 12 isole, a detta dei tre studenti, solo una è conforme a ciò che prevedeva il Prg del ’75, «mentre la più rappresentativa del fallimento dell’attuazione di esso è senz’altro Rio Vivo Marinelle».
 
E la città di oggi la vediamo tutti. Il viaggio nel tempo, grazie alla ricerca dei tre studenti universitari, si conclude qui. Mentre si è alle ultime battute prima dell’adozione definitiva del nuovo Piano Regolatore Generale. E i ricordi sono sempre da tenere a mente, quando si è di fronte ad altri nuovi grandi cambiamenti.

(Pubblicato il 16/05/2005)

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