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Mi brontola lo stomaco/6
Non sopporto i cuochi e i pasticcieri sgrammaticati
Nella vita di tutti noi ci sono mille piccole cose che offrono attimi di felicità o momenti di irritazione, che ci fanno scoprire qualcosa di nuovo o ci insegnano un dettaglio curioso e piacevole. In questa rubrica domenicale Salvino A. Salvaggio percorre a ruota libera la selva dei piaceri effimeri e delle arrabbiature epocali che il mondo della cucina e dell’alimentazione gli ispira. Qualche volta invece prova a rispondere a domande insolite, oppure a presentare tendenze inaspettate e innovative. Una rubrica che si costruisce, pennellata dopo pennellata, senza moralismi o presuntuose lezioni di buon gusto, per raccontare una enogastronomia vissuta al quotidiano. E arricchita dalle tavole grafiche di Rocco Pelusi, che interpreta (a modo suo…) il tema della settimana.


di Salvino A. Salvaggio

Solitamente, l’amore per una lingua viene sentito di più da coloro che hanno una diversa madrelingua. Gli americani, i francesi cultori dell’italiano traggono da questa conoscenza un orgoglio e un entusiasmo genuini che spesso gli stessi italiani non hanno, nemmeno i migliori linguisti nostrani che forse approcciano la loro madrelingua con tecnicismo più che meraviglia.
Chi decide di studiare un’altra lingua aldilà di meri motivi professionali, spesso lo fa per qualche passione che li porta ad interessarsi da vicino e in modo approfondito alla nuova lingua, magari studiandone meglio la grammatica, tentando di usarne bene il vocabolario, impregnandosi delle strutture sintattiche, desiderosi di addentrarsi nella cultura che veicola. Questo non toglie nulla però al fatto che ognuno di noi sa parlare la propria madrelingua e la padroneggia sufficientemente per esprimersi in modo intelligibile. O, forse, andrebbe scritto "dovrebbe sapere parlare la propria madrelingua" ?

Negli ultimi cinque anni circa, un’abitudine all’inizio molto marginale, aiutata dalla proliferazione quasi epidemica dei peggiori reality show televisivi di cucina, ha preso il sopravvento sulla grammatica dei cuochi (in particolare dei cuochi come categoria) al punto tale di farmi venire pensieri violenti ogni volte che ne sento l’espressione.
Basti guardare qualsiasi trasmissione di cucina sulle reti italiane per essere bombardati e seppelliti dalla sgrammaticatezza di cuochi e pasticcieri. Ma devo essere proprio io — che non sono di madrelingua italiana— a fare notare a questi filistei grammaticali accampati ai fornelli che la lingua italiana è ricca di verbi e di coniugazioni dalle cento sfumature che permettono di esprimere anche i pensieri più difficile e delicati...?
Non sopporto più e trovo veramente vomitevole l’uso indiscriminato del verbo andare seguito da un’infinitivo. "Andiamo a mettere questa teglia in forno" dopodiché "vado a tagliare le verdure", e "andiamo a fare sciogliere il burro" che "andiamo a versare sulla carne", senza dimenticare che è venuto il momento di "andare a controllare la cottura del dolce" da una parte, e di "andare a salare il pesce“ dall’altra, e ancora "vado subito a impiattare l’antipasto", e per mantenere l’equilibrio dei colori, "vado prima a mantecare e poi ad aggiungere una foglia di basilico fresco", nel frattempo è importante —ciliegina sulla torta degli infinitivi— "andare ad evitare di cuocere troppo le verdure”, e per arricchire il pasto “andiamo a proporre un vino tipico”.

L’unico posto dove vorrei che andassero questi cuochi e pasticcieri senza grammatica è un luogo metaforico che la correttezza e la buona educazione mi vietano di nominare... Sí, ho proprio scritto "andassero”, forma verbale probabilmente sconosciuta agli eroi dei fornelli televisivi.
La (s)grammatica italiana che imperversa nelle sedicenti cucine degli studi televisivi dimostra un sorprendente livello di facilità: basta solo imparare tre o quattro forme di coniugazione del verbo "andare" (solitamente, sono sufficienti "vado", "andiamo" e "andate") ed incollarci dietro tutti i verbi rigorosamente all’infinitivo ed è fatta ! Economia di sforzo caratteristica di un livellamento a ribasso della lingua e di una moda televisiva che ci porta a confondere gastronomia e spadellamento, italiano e pidgin…

(Pubblicato il 26/04/2015)

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