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Mi brontola lo stomaco/1
La tivù delle illusioni
Nella vita di tutti noi ci sono mille piccole cose che offrono attimi di felicità o momenti di irritazione, che ci fanno scoprire qualcosa di nuovo o ci insegnano un dettaglio curioso e piacevole. In questa rubrica domenicale Salvino A. Salvaggio percorre a ruota libera la selva dei piaceri effimeri e delle arrabbiature epocali che il mondo della cucina e dell’alimentazione gli ispira. Qualche volta invece prova a rispondere a domande insolite, oppure a presentare tendenze inaspettate e innovative. Una rubrica che si costruisce, pennellata dopo pennellata, senza moralismi o presuntuose lezioni di buon gusto, per raccontare una enogastronomia vissuta al quotidiano. E arricchita dalle tavole grafiche di Rocco Pelusi, che interpreta (a modo suo…) il tema della settimana.


di Salvino A. Salvaggio

La fase finale di quest’ultima stagione di MasterChef Italia si è conclusa sulla scia di una polemica innescata dalla trasmissione di Canale 5, Striscia la Notizia, che ha rivelato il vincitore della finale una settimana prima della messa in onda della trasmissione. Polemica, a mio parer, assurda per una trasmissione che lo è altrettanto, se non di più.

Chi, compreso il sottoscritto, pensava, negli anni 1990, che la televisione degli anni 2010 avrebbe proposto prevalentemente contenuti spazzatura, tutto sesso, violenza e predicazioni, ha clamorosamente sbagliato. La tivù degli anni 2010 si erge invece su un continuo spadellamento. Da mattina a notte fonda, i reality di cucina imperversano, le trasmissioni falsamente culinarie abbondano, i giochi a sfondo alimentare straripano, i format dedicati all’enogastronomia regionale infuriano.
MasterChef USA, Australia, Italia, MasterChef Junior, All Stars, Bake Off, miglior grigliatore di barbecue, re del cioccolato, Cucine da incubo, i menu di Benedetta, Molto bene, Boss delle torte, Cucina con Simone, con Ale, Buddy, Ramsey, canale Alice, Prova del Cuoco e tanti, ma veramente tanti altri, ci inseguono e forse ci perseguitano a qualsiasi ora del giorno e della notte, su qualsiasi canale. E non basta una volta sola, ci propinano pure le repliche a ruota libera.
Più che una indigestione da troppo cibo, è un indigestione da troppe stupidaggini televisive, molte costruite secondo un medesimo copione e radicate nella medesima favoletta secondo cui basta un volenteroso dilettante, di qualsiasi età o origine, pronto a trascorrere una stagione in uno studio televisivo a fare il pagliaccio dietro a fornelli fasulli per diventare un gran cuoco o pasticciere...
Al di là del fatto che per un "eletto", un vincitore, queste trasmissioni lasciano centinaia di delusi sui bordi della strada, anche al vincitore andrebbe detto che il mestiere di cuoco o pasticciere non si impara in uno studio televisivo bensì spendendo anni sui banchi e nei laboratori di scuole specializzate dove insegnanti coraggiosi e appassionati trasmettono il loro sapere, oppure nelle cucine di ristoranti dove apprendisti pazienti si incamminano lungo il duro percorso dell’acquisizione dei saperi necessari a queste nobili professioni.

Va riconosciuto e apprezzato che la popolarità di questi show televisivi abbia contribuito a creare nella popolazione un’immagine positiva del mestiere di cuoco che, 50 anni fa, veniva considerato, nel miglior dei casi, come operaio specializzato. Ma a che prezzo ? L’idealizzazione di un mondo che non esiste ? Veramente ci sono giovani convinti che partecipare a poche master class e preparare ricette di fronte alle telecamere e sotto gli occhi di sedicenti giudici nell’arco di pochi mesi basti per fare diventare chef ? Questi reality creano solo illusioni e danno una rappresentazione fuorviante della realtà.
Idea Arredo
Nel miglior dei casi forniscono una temporanea notorietà ai vincitori che, per riprendere l’espressione al vetriolo di un esperto televisivo, diventano celebri perché noti e vice versa.
L’aforisma di Andy Warhol sembra prendere qui un’incredibile consistenza, un po’ come se questi reality culinari fossero solo delle fabbriche di effimera, fugace notorietà televisiva che svanisce nell’arco di poche settimane o mesi. Ma a guardarci bene, si vede l’inganno: a trarre maggior beneficio di questi divertimenti televisivi sono proprio i simili-giudici (senza parlare dei produttori), chef imbalsamati che trascorrono più tempo in tivù che ai fornelli dei loro ristoranti, chef sardonici che incassano più soldi dai diritti televisivi che dalle loro cucine, chef bramosi che usano la reputazione televisiva per aprire o rilanciare ristoranti di poco interesse enogastronomico, chef presuntuosi che fanno del disprezzo un canone pedagogico.

Ci vuole poco, un pizzico di distacco e mezzo cucchiaino di senso critico, per ritrovarsi lontani miglia dalla favoletta mielosa che fa scintillare questi show con le mille luci della ribalta: cuochi lo si diventa sudando, non bighellonando in tivù.

(Pubblicato il 22/03/2015)

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