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Termoli ieri e oggi
C’era una volta la Fornace di Termoli
Un luogo di sconfortante abbandono, questa è oggi l’area sulla quale c’era l’ex fornace, la prima industria sorta a Termoli. Uno stabilimento di laterizi all’avanguardia negli anni venti, meccanizzato nella prima metà degli anni sessanta e fallito nel 1998. I proprietari e le difficili condizioni di lavoro degli operai


di Giovanni De Fanis

La Fornace ieri e oggi
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Premessa
 
Fa impressione il silenzio proveniente da quei grandi capannoni, un tempo pieni di rumori e sudori, situati alla periferia sud di Termoli e oggi abbandonati al degrado. È doloroso osservare quell’enorme piazzale sempre pieno di operai, mattoni, carretti trainati da cavalli e camions, ora vuoto e mal protetto, malgrado la recinzione, che i carabinieri hanno posto sotto sequestro nei giorni scorsi per avervi scoperto un deposito clandestino di materiale nocivo per la salute.
 
Questo è oggi il triste paesaggio che si offre alla vista di chiunque, lasciata la vecchia Ss16, s’inoltri sulla provinciale per S.Giacomo degli Schiavoni e Guglionesi. Per settant’anni esatti, dal 2 giugno 1928 al 31 Luglio 1998 secondo la Camera di commercio provinciale  (ma un mosaico in materiale lapideo fissato sul posto indica il 1926), quei capannoni e quel piazzale sono stati il cuore pulsante della prima, importante, moderna fabbrica di Termoli: la «Società Rag. Italo Sciarretta e C.»(¹).
 
Lungo settant’anni o poco più in quel luogo ha avuto origine e si è sviluppata, intrecciandosi con la vita di decine di lavoratori, l’avventura imprenditoriale di alcune note famiglie termolesi. In quello stesso posto, infine, si è consumata nel peggiore dei modi, con il tracollo finanziario e la chiusura. Si capisce perché di essa quasi nessuno, tra coloro che vi hanno recitato un ruolo di primo piano, voglia parlarne. Non solo perché ripercorrerne le tappe è doloroso, ma anche per via del fatto che, a tutt’oggi, quella storia non si è ancora conclusa del tutto sul piano legale.
 
L’azienda
 
Quando sorse, quello di contrada S.Maria Valentina era un «…grandioso opificio attrezzato dei più moderni macchinari”» (cfr. la pubblicazione citata) per la «produzione e vendita di prodotti laterizi e affini, prefabbricati in laterizio e non e di tutto ciò che è inerente al campo dell’edilizia civile e industriale»(²) Ma non si esauriva qui la sua ragione sociale, essa era estesa anche al campo della «…produzione di cereali e foraggi, vigneti oliveti e frutteti». Come si vede, un complesso di attività diversificate e importanti, sia per numero di addetti che per ampiezza dell’area sulla quale erano distribuite.
 
Lo stabilimento laterizi era formato da un complesso di più edifici comprendenti, oltre quelli riservati alla produzione vera e propria, l’ufficio contabilità e vendite, il magazzino, la foresteria e l’alloggio per la famiglia dell’impiegato. Più una vicina cava d’argilla (in contrada Ponticelli). Fino all’avvento delle ruspe la materia prima era estratta a mano da operai con la qualifica di “zappatore”, caricata sui carrelli e trasportata a mezzo di teleferica in fornace. La lavorazione prevedeva successivamente il passaggio nel cosiddetto “bagnatoio”, il confezionamento e l’asciugatura del prodotto all’aria aperta, e alla fine la cottura nei forni, la cui alimentazione era a carbone e lignite. L’insieme dei fabbricati era dominato da una ciminiera alta più di venti metri.
  
La pubblicazione già citata fornisce altre preziose informazioni, ad esempio: che nel 1928 la produzione giornaliera ammontava a 30.000 pezzi di mattoni forati e pieni; che gli operai impiegati erano circa 50; che il complesso macchinario era azionato da motori elettrici da 80 H.P.; infine, che il forno era l’Hoffmann, cioè quanto di più moderno offriva allora la tecnologia. Ci informa, altresì, sulla qualità della materia prima «…l’argilla impiegata, scavata nelle adiacenze della fornace, pur essendo ricca di sostanze ferruginose, è assolutamente priva di salnitro», e sul mercato di collocazione del prodotto: Molise, Abruzzo e Puglia.
 
I proprietari
 
Fondatori e primi proprietari della fornace sono stati il rag. Italo Sciarretta, l’imprenditore edile Vincenzo Sciarretta e suo figlio Dino, i fratelli Achille, Antonio, Amedeo, Manfredo, Rolando e Vincenzo Capecce, nonché un certo Mario Di Domenico. Quest’ultimo abbandonò piuttosto presto la società. Nella seconda metà degli anni quaranta anche i Capecce si ritirarono per dedicarsi definitivamente all’agricoltura. Furono rimpiazzati da Rocco Crema, un ex muratore diventato imprenditore edile, il quale per la gestione della sua quota di proprietà si avvalse dell’apporto del cognato Rocco Orlante, persona ricca d’inventiva e capacità manageriali non comuni. Orlante uscì presto di scena a seguito di terribile incidente stradale avvenuto nell’aprile del 1953.
 
Anche Vincenzo e Dino Sciarretta a un certo punto mollarono la società. Come unici proprietari rimasero Italo Sciarretta e Rocco Crema, cioè il “Ragioniere” e l’“Aquila nera”, come li avevano soprannominati gli operai. Due persone profondamente diverse, sia per temperamento che per cultura, i quali, insieme ai loro figli, nel bene e nel male, hanno finito col segnare la storia di questa piccola industria locale. Benestante di famiglia, misurato nei comportamenti e nel parlare, oltre che ben introdotto negli ambienti che contano il primo. Irruente, aspro, tutt’altro che diplomatico, arrivato più tardi al successo e all’agiatezza il secondo.
  
Durante il ventennio fascista il rag. Sciarretta rivestì anche la carica di podestà. Gl’inglesi dell’VIII Armata lo sorpresero in tale veste la mattina del 3 ottobre del 1943, quando sbarcarono. Ma non lo rimossero, anzi, lo lasciarono al suo posto fino all’aprile dell’anno dopo. Costretto poi a lasciare la città, si trasferì in Calabria, rientrando definitivamente nel 1949. Sciarretta continuò a contare molto anche nella Termoli del dopoguerra e ciò è dimostrato da un avvenimento del marzo del 1952.
 
Un alto esponente del Vaticano, il cardinale Deodato Piazza, giunto in città per consacrare vescovo il vicario termolese Biagio D’Agostino, anziché in vescovado, fu ospitato nella sua bella casa di corso Nazionale. Questo fatto impressionò fortemente l’ambiente cittadino, la famiglia Sciarretta accrebbe di molto il suo prestigio, ma nello stesso tempo diede la stura anche a invidie e pettegolezzi.
 
I rapporti di Sciarretta con le gerarchie ecclesiastiche, come s’è visto, già ottimi, si rafforzarono ulteriormente quando, unitamente al socio Crema, offrì per anni, gratuitamente, manodopera e materiali per riparare il malandato santuario della Madonna a Lungo, e, soprattutto, dopo la concessione, anch’essa a titolo gratuito, del suolo dove poi sorse la casa di riposo per anziani “Opera Serena”.
   
Il difficile rapporto con gli operai
 
Gli operai della fornace provenivano quasi tutti da Termoli e S.Giacomo degli Schiavoni. Pochi, se non rari quelli di Guglionesi. Ciò si spiegava con il fatto che l’azienda si trovava esattamente a metà strada tra le due località. Il loro numero variava a seconda della stagione e del fabbisogno. Vi furono momenti in cui sfiorarono e forse superarono le cento unità, tra fissi e stagionali.
L’attività si svolgeva sostanzialmente da marzo a novembre perché d’inverno la cava diventava impraticabile a causa delle piogge. I forni venivano spenti e riaccesi alla vigilia della primavera. Nell’occasione si svolgeva un breve rito religioso propiziatorio, di solito officiato dal canonico Don Nicola Perrotta, cui seguiva un rinfresco all’aperto (³).
 
Copiose testimonianze riferiscono che le condizioni di lavoro all’interno dell’azienda sono sempre state molto dure, aggravate da paghe misere e da un clima che, a seconda dei periodi, alternava paternalismo a repressione. Secondo Luigi Ragni, operaio addetto ai forni, oggi ottantenne, il primo sciopero del dopoguerra scoppiò nel 1947. Durò tre giorni al termine dei quali le maestranze riuscirono a strappare con la mediazione del prefetto insignificanti miglioramenti di paga.
 
Una seconda agitazione vi fu nel 1953. A guidarla il sindacato Cisl, alla cui testa c’era Girolamo La Penna, più tardi sindaco e parlamentare molto noto. I motivi? Gli stessi di sempre: tanto lavoro e paghe assolutamente inadeguate: «Lavoravamo 10 ore al giorno, alcuni di noi, avendo più bisogno degli altri, accettavano di prolungare ancora di qualche ora la giornata lavorativa» - dice sempre Ragni.
 
Più forte lo sciopero del 1958, ma qui la mano pesante dei padroni si fece sentir tutta. Alcuni operai, i pù attivi durante la lotta, furono licenziati e solo l’assunzione al Comune, retto allora da La Penna, evitò loro di finire sul lastrico. La prima applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro si ebbe, sia pure gradualmente, solo nel febbraio del 1970, dopo uno sciopero a oltranza durato otto giorni indetto dalla Cisl e dalla Cgil.
 
La nuova fornace e la chiusura
 
Alla fine del 1964 entrarono in funzione i nuovi impianti meccanizzati. I vantaggi furono subito notevoli: aumento della produttività, alleggerimento dei carichi di lavoro e, ovviamente, calo sensibile dei costi di produzione. La vecchia fornace fu abbattuta e nulla, a parte qualche fotografia, è rimasto a testimoniarne l’esistenza. La nuova fabbrica, alla cui gestione erano intanto subentrati i figli dei proprietari storici, nel frattempo defunti, incontrò presto serie difficoltà a causa della sopraggiunta crisi del mercato edilizio.
 
Nemmeno il parziale processo di automazione introdotto nel 1992 fu di grande aiuto perché coincise con il blocco quasi totale delle attività edilizie seguito a Tangentopoli. La crisi del settore, unitamente all’esposizione finanziaria dovuta all’ammodernamento dell’impianto e alle forti divergenze intervenute tra gli azionisti (dal 29/12/1980 l’azienda da Snc. era diventata una S.p.A.) circa le strategie da seguire per fronteggiare le difficoltà, a parere di molti, sono stati i motivi che hanno fatto precipitare la situazione fino al punto di non ritorno.
 
Inevitabile, quindi, lo scioglimento e la messa in liquidazione dello “Stabilimento Laterizi Società per Azioni” (questa l’ultima denominazione). La motivazione, fissata come un’epitaffio sugli atti pubblici e consegnata alla storia recita così: «…per la perdita o la riduzione del capitale al di sotto del minimo legale». Molti a Termoli non ci vogliono ancora credere.
 
(¹) “La città di Termoli soggiorno balneare”, MCMXXVIII, Soc. Ed. Guide regionali italiane-Forlì).
(²) Fonte Camera di Commercio Industria Agricoltura e Artigianato - Campobasso.
(³) La testimonianza è dell’ins. Italia Forte di S.Giacomo degli Schiavoni, che con la famiglia viveva nell’alloggio di servizio per gl’impiegati. A lei si deve anche l’organizzazione volontaria tra il 1942 e il 1943 in un locale dello stabilimento anche di una scuola sussidiaria per i figli dei contadini delle campagne vicine.

Le immagini nella galleria fotografica

(Pubblicato il 19/04/2005)

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