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Termoli ieri e oggi
“I Vetäre de San Gesèppe” (Gli Altari di S.Giuseppe)
È una delle più coinvolgenti tradizioni popolari che si rinnovano a Termoli. Dal pomeriggio del 18 marzo all’ora di pranzo del giorno dopo, un’ininterrotta processione di gente visita altari e tavolate allestite nelle case sparse lungo le antiche vie del Borgo.


di Giovanni De Fanis

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Se il pomeriggio del 18 marzo provate a girare per le suggestive strade del Borgo antico di Termoli vi sorprenderà il fitto via vai di gente che si reca a visitare gli “altari di S.Giuseppe”. Si rinnova, così, ogni anno il rito di una tradizione ormai fortemente radicata nel nostro popolo. Col passare delle ore, il via vai si trasforma in un’interminabile processione a cui prendono parte intere famiglie, giunte anche dai più lontani quartieri cittadini, ciascuna delle quali dopo la visita riceve in dono il “grano di S.Giuseppe”, un misto di grano, cicerchia e granturco bollito, insaporito col sale e un pane. Il tutto, come simbolo e significato di abbondanza e fecondità.

Una tradizione, occorre dire, non nostra, ma a quanto sembra importata dal profondo Sud d’Italia, pare dalla Sicilia (nella Valle del Belice è diffusissima), ma che una volta giunta qui, portata da viandanti e pellegrini, ha avuto la capacità di radicarsi e, soprattutto di durare fino ad oggi. Nel Molise la tradizione è viva attualmente in numerose località, in alcune delle quali al posto dell’altare si allestisce la “tavolata” (allo stesso modo è chiamata in Sicilia). Rappresentazioni avvengono un po’ in tutte le zone, nell’Alto (Agnone) come nel Medio (Matrice, Campolieto, Riccia) e Basso Molise (soprattutto a S.Martino, nei paesi d’origine albanese intorno a Termoli, ma anche a Casacalenda, Guardialfiera, ecc.)

Stando a quel che si racconta, la consuetudine di innalzare per la prima volta a Termoli un altare a S.Giuseppe sarebbe avvenuta intorno alla metà dell’Ottocento, per iniziativa di una donna originaria di S.Martino in Pensilis, tale Concetta, moglie di Barone Giovanni, non si sa se anche lui proveniente da quella località o meno. La donna, devotissima al santo protettore della famiglia, non avrebbe fatto altro che “trasferire” qui, suo nuovo luogo di residenza, ciò che da anni la sua famiglia realizzava a S.Martino. Nata, così, nel Borgo, che all’epoca costituiva ancora la città nella sua interezza, lì è sostanzialmente rimasta, fino ad oggi.

Col trascorrere del tempo, il rito, in cui sono chiaramente presenti sia componenti sacre che profane, ha fatto numerosi proseliti, fino a raggiungere tra il 1960 e il 1970 un numero massimo di altari allestiti (si dice tra quindici e venti). Quest’anno ne sono previsti undici, la maggior parte dei quali nel centro storico e gli altri, come usava dirsi un tempo, “fuori le porte”, cioè in altre zone cittadine. Gli eredi di quella devotissima famiglia Barone, antesignana della tradizione, continuano ancora oggi ad essere tra i protagonisti degli approntamenti degli altari nel Borgo, unitamente a quella dei Ronzitti-Cicchino, dei Marinaro e ad altre. Impegnatissimi, come sempre da anni, anche i gruppi folclorici marinari ‘A Shcaffette e ‘A Paranze.

Una notazione interessante è che la tradizione ha quasi sempre coinvolto famiglie artigiane e contadine della città. I pescatori, che per definizione, sono sempre stati considerati poveri, se non poverissimi, erano di fatto esclusi dalla possibilità di organizzare una cosa del genere. La cosa in seguito ha finito con il non interessarli definitivamente come promotori, ma solo come devoti partecipanti. Parimenti esclusi, ma sicuramente per propria scelta, anche i “signori”, come allora erano chiamati i benestanti.

Il centro della tradizione della “Vetäre” è rappresentato, appunto, dall’altare, vero e proprio monumento provvisorio eretto al santo. In pratica una base issata su due o tre gradini allo scopo di renderlo maggiormente visibile. Sospeso su di esso un quadro raffigurante la Sacra Famiglia. Tutt’intorno l’addobbo è realizzato con coperte di seta (le migliori della dote), nastri e tovaglie. A terra ciotole e vasi ricolmi di fiori, nonché di grano germogliato. Di lato all’altare il secondo e più vistoso elemento della tradizione e, se volete, la parte profana di essa: la tavolata. Composta da un ampio piano sul quale si usa disporre ogni sorta di ben di Dio: pesce, olio, verdure, frutta, dolci, ma soprattutto il pane. Rigorosamente esclusi i cibi grassi, come insaccati e formaggi, poiché si è in Quaresima, ma presenti, anche se molto costose, le primizie.
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Alla “tavolata di San Giuseppe”, contribuisce innanzitutto la famiglia che l’organizza, ma come succede altrove, anche il vicinato. Si diceva del pane, ebbene da questa tavolata non devono mancare tre grosse “pagnotte”, su ciascuna delle quali è simbolizzato un oggetto particolare (realizzato con la stessa pasta): il bastone, la croce e la corona, rappresentanti nell’ordine Giuseppe, Gesù e Maria, vale a dire la Sacra famiglia.

Nella rappresentazione scenica un posto importante hanno le “verginelle”, ragazzine di età compresa tra i 5 e i 12 anni, tutte vestite di bianco e con una coroncina di fiori che cinge loro il capo. Durante le fasi della cosiddetta adorazione, le “verginelle” a turno recitano e cantano inni, poesie e preghiere, all’indirizzo di S.Giuseppe. Al termine, specie i giovanotti, usano salutarle e ringraziarle con lancio di confetti bianchi.

Il rito della “Vetäre de San Gesèppe”, così è chiamato a Termoli, si chiude il giorno 19 con il pranzo offerto ad una delle famiglie più povere della città. Un tempo queste erano numerose e perciò la scelta difficile. Oggi lo è altrettanto perché non facilmente individuabili, sicché il più delle volte ci si rinuncia, preferendo regalare il contenuto delle tavolate alle mense della Caritas o alle parrocchie cittadine.
Il pranzo alla famiglia povera costituisce il connotato tipicamente cristiano presente nella tradizione che, così come per altri aspetti, prevede una modalità di svolgimento rigorosa: dopo l’accoglienza in casa e le preghiere di rito, s’inizia a mangiare. Il pranzo è composto da ben 13 pietanze, impossibile da consumarle per intero tutte, così si finisce solo per assaggiarle. Ciò che avanza è offerto alle “verginelle” ed a coloro che hanno contribuito ad allestire l’altare.

Inutile dire che una grande, ma non confessata competizione, impegna anche oggi, così come avveniva nel passato, le famiglie che preparano gli altari. La soddisfazione di realizzare l’altare più bello costituisce un potente incentivo a perpetuarla.

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Il programma della manifestazione

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(Pubblicato il 17/03/2004)

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