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Cronache
Un centro per migranti nelle casette dei terremotati: "Così si favorisce il lavoro nero"
Infiamma la polemica sul progetto in fase di valutazione da parte dell’amministrazione comunale di un centro di accoglienza per richiedenti asilo nei prefabbricati del sisma. «Non mi sembra casuale che si voglia collocare un centro così grande in contesto urbano così piccolo e privo di servizi, ma a vocazione agricola. Ritengo che sia un grave atto di irresponsabilità o, peggio, di consapevole spinta verso il lavoro nero e il caporalato di una parte della forza lavoro migrante», afferma Italo Di Sabato, referente regionale per l’Osservatorio sulla Repressione.


di Alessandro Corroppoli

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San Giuliano di Puglia. Infiamma la polemica nel centro bassomolisano simbolo del terremoto, dove l’amministrazione comunale sta valutando la possibilità di realizzare un centro di accoglienza per richiedenti asilo nei prefabbricati del villaggio provvisorio.

Qualche settimana addietro alcuni rappresentanti del Ministero degli Interni e della Regione Molise accompagnati dal Sindaco di San Giuliano di Puglia, Luigi Barbieri, hanno effettuato un sopralluogo sui terreni di proprietà del piccolo comune alto molisano, per capire e verificare se vi sono i presupposti per aprire un Cara, centro di accoglienza per richiedenti asilo. Si tratta di una struttura simile a un Cie, Centro di identificazione ed espulsione, prima denominati centri di permanenza temporanea. L’emergenza dovuta agli sbarchi di migranti sulle coste italiane che continuano senza soluzione di sosta. Anche la scorsa notte Lampedusa è stata presa d’assalto da centinaia di nord- africani in fuga dalle loro terre, per i più svariati motivi, con la speranza di rifarsi una vita nell’eldorado italico.

Molti di loro dopo essere stati ospitati nei centri di identificazione ed espulsione (Cie), prima denominati centri di permanenza temporanea (Cpt), dell’isola vengono o rimandati al mittente oppure dislocati in altri Cie disposti sul territorio nazionale, in attesa di giudizio.
Ed è in quest’ottica che si è svolta la visita da parte dei rappresentanti del Ministero e della Regione per valutare la fattibilità dell’iniziativa.
Il Cara è una struttura simile ad un Cie ma che si differenzia da esso perché «sostanzialmente è un centro di ‘deportazione’ cosi come lo è a Manduria oggi e, come lo è stato Campochiaro durante l’emergenza nord-Africa di qualche mese addietro». Italo Di sabato, referente regionale per l’Osservatorio sulla Repressione non fa tanti giri di parole per denunciare l’ennesimo scempio sociale.

Il centro dovrebbe ospitare circa 800 persone a fronte di una popolazione locale di poco superiore alle 1100 unità. I migranti verrebbero ospitati in delle strutture prefabbricate utilizzate per i cittadini molisani dopo il terremoto del 2002. «Tale scelta sembra rispondere, dato il contesto socioeconomico, ad esigenze di reclutamento di manodopera a basso costo piuttosto che alle esigenze di accoglienza dei richiedenti asilo che necessitano di protezione e servizi nel territorio adeguati alla loro condizione di soggetti vulnerabili», continua Di Sabato che di fatto lancia l’allarme del lavoro nero.

Di fatto è nelle facoltà del Ministero degli Interni decidere il trasferimento di centinaia di migranti e collocarli nei Cara in attesa dell’accettazione dell’asilo politico o dell’espulsione.
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«Non mi sembra casuale che si voglia collocare un centro così grande in contesto urbano così piccolo e privo di servizi, ma a vocazione agricola. Ritengo che sia un grave atto di irresponsabilità o, peggio, di consapevole spinta verso il lavoro nero e il caporalato di una parte della forza lavoro migrante. Tutto questo con il diritto alla garanzia della protezione internazionale non ha nessun collegamento», conclude Di Sabato.


E anche Pax Christi Molise interviene bocciando il progetto: «La disponibilità delle strutture a San Giuliano di Puglia può essere un’occasione preziosa per praticare nei confronti di persone, che hanno intravisto l’Italia come ultima spiaggia, un’accoglienza umanizzata e integrante sia nell’ambito ristretto della nostra regione che a livello nazionale. Pertanto diciamo no a una forte concentrazione di persone, a una militarizzazione del luogo, a un trattarli come animali rinchiusi in un circo. La nostra scelta umana prima che cristiana ci impone di rimetterci in discussione perché nessuno sia escluso, ma ad ognuno venga offerta l’opportunità di realizzarsi nel luogo dove meglio ritiene. La natura non ha frontiere».

(Pubblicato il 08/08/2013)

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