![]() |
Anche da lì l’inchiesta giudiziaria incentrata su presunte false attestazioni di danni a immobili che gli inquirenti hanno accertato essere lesionati da prima del sisma, e falsi nello stilare la graduatoria dei progetti da ricostruire e su un Peu che la ex Giunta di Grande ha approvato nel 2003 con un’apposita delibera.
La presidenza del Consiglio dei Ministri ora presenta il conto, e chiede un risarcimento di un milione di euro, per i finanziamenti richiesti e per i “danni all’immagine del presidente della Regione Michele Iorio”. Motivazione che ha tutto il sapore di un controsenso, l’ultimo della lunga storia della gestione dissennata dei contributi post sisma. Il Governo chiede un indennizzo perché la vicenda, giudiziaria e mediatica, avrebbe nuociuto con una cattiva pubblicità al presidente della Regione, per una vicenda rimbalzata sul piccolo schermo a livello nazionale.
Che c’entra Iorio? Come può trasformarsi nella vittima, lui che in altre inchieste giudiziarie è considerato il promotore di operazioni al limite della legalità e a sfondo di interesse elettorale? Per il Governo Iorio c’entra eccome, perché l’allora premier Silvio Berlusconi gli ha conferito tutti i poteri, ordinari e straordinari, nominandolo commissario delegato alla ricostruzione, con funzione di sovrintendere a tutte le operazioni per l’erogazione dei finanziamenti. Dunque con questa richiesta di risarcimento del danno si perfeziona un paradosso: quello ribattezzato “sistema Iorio” diventa “vittima Iorio”. La stessa “vittima” finita sotto inchiesta per avere allargato il cratere, passato da 14 a 84 comuni, «per fini elettorali». E proprio tra i centri a cui è stata estesa l’area del sisma c’è anche Guardialfiera, che non faceva parte inizialmente della “zona rossa”.
La costituzione della parte civile da parte della presidenza del Consiglio dei Ministri è stata formalizzata nel corso dell’udienza di martedì 22 gennaio, che si è tenuta nel tribunale di Larino. Gli indagati erano inizialmente sette, e nel giugno del 2010 sei di loro - compresi Remo Grande e Giuseppe Bellini e il progettista – erano stati prosciolti dal Gup Veneziano.
La Procura si è opposta alla decisione del giudice del tribunale, presentando un ricorso in Cassazione, ed e’ stata fissata una nuova udienza preliminare. Per l’accusa i tre amministratori avrebbero adottato le delibere di giunta con le quali veniva approvata una graduatoria per il riconoscimento degli aventi diritto ai finanziamenti pubblici per la ricostruzione post sisma, alterando criteri e modalità dell’attribuzione del punteggio a ciascun progetto in violazione dell’ordinanza commissariale.
Tra gli atti contestati, il Peu da 528mila euro (Progetto Edilizio Unitario) che contempla, tra le altre, la ricostruzione di un’abitazione di proprietà dell’allora assessore Catalano, progetto affidato come gli altri al pubblico e non ai privati. L’ex componente della giunta è stato assolto a maggio del 2011 dall’accusa di abuso d’ufficio: il giudice Aldo Aceto non gli ha riconosciuto alcuna responsabilità legata alla sua presenza in Giunta quando si era trattato di votare l’assegnazione del Peu finalizzato a ristrutturare anche la sua abitazione.
Nell’udienza del 22 gennaio l’attuale sindaco Remo Grande e Giuseppe Bellini hanno reso dichiarazioni spontanee al giudice, che ha anche ascoltato l’ultimo testimone. Il 12 marzo si svolgerà l’udienza finale, nella quale sarà emanata la sentenza. «La nostra è stata solo una presa d’atto, in qualità di amministratori, e non abbiamo alterato i punteggi – commenta Giuseppe Bellini – la Regione aveva comunicato che era necessario approvare l’elenco dei Peu, altrimenti non era possibile accedere ai fondi. Non abbiamo avuto neanche un centesimo dei finanziamenti, i contributi non sono mai stati erogati».

