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22/02/2010 - PIETRO PICUCCI: ANTOLOGIA DI LUCE BIANCA, POESIE PER LA VITA
Larino. “Raccontano storie le parole. Storie bugiarde, crude, evanescenti….Non portare lontano la tua rabbia ansiosa. A volte una sosta può bastare”. Si chiude così ‘Antologia di luce bianca’, del dottor Pietro Picucci. Mezzo secolo trascorso tra i corridoi di un ospedale, il Vietri di Larino, all’ombra di una lampada di luce bianca. Tra le mani sempre il sigaro, quasi a voler nascondere la loro abilità di chirurgo. I medici incontrano storie di uomini e di donne che fuori da un ospedale sarebbero straordinarie e dentro sono ‘normali’. La confidenza con la complessità dell’anima a lui è servita a vedere meglio negli occhi di ogni suo paziente. La sala operatoria, l’ambulatorio di Endoscopia e il reparto delineano un percorso difficile in cui la malattia deve essere spiegata. In quel viaggio quotidiano tra i letti e le pareti verdi, i rumori metallici di un carrello e l’inspiegabilità della sofferenza umana c’è la vita e la sua ribellione al dolore. Pierino Picucci ne ha colto tutta la forza ed ai ‘suoi’ malati ha dato un angolo di Paradiso: una pagina di poesia. I loro nomi, le loro storie, sono capoverso di una poesia bella come l’amore, breve come la vita. Nel filo leggero che unisce ciascuna esistenza all’altra c’è la riflessione dolente di un medico che osserva, a distanza, il limite tra scienza e coscienza. Sembra quasi che si sorprenda, egli stesso, delle certezze del chirurgo e si lasci vincere dalle ‘speranze’ di un uomo. La bellezza del battito ribelle del cuore sguscia via, recalcitrante a tutto; c’è qualcosa di beffardamente razionale nel suo disincanto che non è cinismo. Il medico conosce il traguardo ed ogni ostacolo che il paziente potrà solo intuire. Eppure, sfogliando ‘Antologia di luce bianca’ abbiamo l’impressione che gli esseri umani, anche nella loro debolezza, vincono, sorprendono, superano il limite della conoscenza. Picucci sa quanto sia potente anche l’ultimo alito di vita e non ha mai pietà dei suoi malati indifesi, ma ne è complice. Lo racconta magistralmente Umberto Cerio, in una prefazione che è un libro nel libro. E la sorpresa è che alla fine, ci scappa da ridere. Nessun dolore potrà mai toglierci l’istinto alla vita, l’inattesa via d’uscita dell’ironia. Questo libello assomiglia molto al suo autore: sembra un quaderno di appunti, edito dalla Litografia Rossi in uno stile un po’ demodè, rassicurante e pulito come le lenzuola di un letto d’ospedale. Ma basta aprirlo per avvertire il gelo inafferrabile del disincanto. Sulla copertina, un cardo fiorito evoca la nostalgia della vita che si ripete, malgrado tutto, ad ogni nuova stagione. E tra le sue pagine il dolore degli uomini come uno scudo alzato contro la morte. Al medico tocca fomentare un’illusione o, talvolta, accade di essere risparmiato. Ci si può capire senza troppe parole fra ‘uomini che hanno vissuto abbastanza e non hanno più paura di nulla: “Arrivederci e grazie, così te ne andasti in un Settembre che sembrava Primavera; al sole tiepido del mattino. Arrivederci e grazie, tolgo il disturbo, professore”. Immaginiamo un dialogo non scritto tra medico e paziente e ci imbattiamo in altre storie, dentro questo libro gentile come una stretta di mano. Alla fine ci aspettiamo che i pazienti gli dicano: “Non temere, professore, non è solo della tua scienza che dovrò nutrire la mia speranza. Dovrò contare su me stesso, sul mio Dio, ma tu mi hai aiutato a non sentirne troppo la mancanza”.
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