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Muri (lettera a Serena Dandini)

29/09/2017

Grazie, Serena.
Avendo l’opportunità di passeggiare per Parigi, prima di iniziare la giornata e decidere cosa vedere, penso di sfogliare il tuo ultimo libro (“avremo sempre Parigi”), come se fosse una guida per scoprire angoli della città, fuori dai soliti itinerari turistici.
Appassionato del quartiere latino, di Marais, di Montparnasse, di Montmartre, sfoglio il libro a caccia di angoli e posti particolari; mi incuriosiscono la casa di Agnes Vardes e il muro di piazza Marcel Aimè, nei pressi del Sacro Cuore a Montmartre.


Di Agnes Vardes - regista parigina, fuori dagli schemi, vivente - mi colpisce il fatto che fosse tra i pochissimi che parteciparono ai funerali di Jim Morrison (sepolto a Parigi nel cimitero di Père-Lachaise, già visitato); abita in una casa a Montparnasse; indichi l’indirizzo e ne sottolinei l’aspetto ed i colori particolari in linea con la sua personalità; “non stupitevi se la trovate di un colore pastello”, scrivi.
Seguo il tuo consiglio.


Vado; casa a piano terra, colore rosa, un po’ dimessa; in una via che solo pochi anni fa, per girarci un film da lei diretto, vi è stata ricostruita artificialmente una spiaggia…..nel cuore della città! bah!
Sarebbe stato emozionante poterla “casualmente” incontrare e scambiarci due parole e, occasione unica, chiederle di Jim; ma mi basta la sua vicinanza e l’aver conosciuto il suo quartiere e ambiente quotidiano.
Anche perché mi aspetta piazza Marcel Aimè; e la leggera pioggia mi consiglia di accelerare il passo per prendere i mezzi.


Uscito dalla metropolitana, ai piedi di Montmartre, mi sorprende un piacevole e tiepido sole, che mi aiuta a cercare con calma e senza fretta la piazza che hai consigliato di visitare e che, infatti, di lì a due minuti mi compare: piccola, fortunatamente senza nessuno, delimitata in un lato da un muro che mi conferma la straordinaria particolarità del posto: una scultura a metà di un uomo (ne sporgono, in una posa dinamica, la testa, un braccio ed una gamba), come se fosse rimasto incastonato ed imprigionato nel muro nel tentativo di attraversarlo.
Sì: tu ci ricordi che in realtà si tratta della breve e fantastica novella di Aimè (che abitava in questa piazzetta, a lui dedicata) che riguarda la storia di monsieur Dutilleul, modesto impiegato che scopre di essere dotato del potere di attraversare i muri e lo utilizza per vendicarsi del capo per le umiliazioni subite; sino a quando resta intrappolato nel muro stesso dopo una notte di passione amorosa che hanno interrotto gli effetti del filtro magico, impedendone all’improvviso la possibilità di fuga.


Sì, capisco: storia d’amore e di fantasia; ma io oggi, cara Serena, voglio darne una diversa lettura.
E penso a come il muro di cemento per impedire l’accoglienza si può scavalcare; a come il muro mentale si può attraversare; e non con un filtro magico, ma con la libertà, la tolleranza, la solidarietà.
Il non riuscire ad attraversarlo significa restare prigioniero e schiavo; ma non del muro stesso bensì dei propri pregiudizi, della propria gabbia mentale, restando vittima delle proprie infondate paure.
La libertà, il rapporto umano, soprattutto la consapevolezza delle nostre “fortune” ci aiutano ad attraversare i muri dell’intolleranza, dell’egoismo, dell’odio.
Altrimenti si resta prigionieri di se stessi (purtroppo spesso inconsapevolmente), proprio come è capitato a monsieur Dutilleul.



Grazie Serena!
marcello antonarelli

(Pubblicato il 29/09/2017)

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