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A scuola da Franco Mussida: «Più che tecnica, serve fantasia»

Il chitarrista della storica PFM in questa intervista esclusiva parla del progetto delle enciclopedie multimediali per gli allievi termolesi e spiega i segreti di una professione ricca di fascino ma anche difficile. Dalla recente esibizione al Festival di Sanremo al ricordo di Fabrizio De Andrè fino alla genesi di "Impressioni di settembre": incontro con un maestro della chitarra e delle emozioni.

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Allievi del CPM Music Institute a Termoli. Forse non tutti lo sanno, ma il prestigioso Centro Professione Musica di Milano, fondato e guidato dal celebre chitarrista Franco Mussida, (della Pfm, la storica Premiata Forneria Marconi) ha una sua sede in città. Dal gennaio dello scorso anno il maestro Tiziano Albanese ha avviato la collaborazione con l’istituto che ha sede a Milano e che dal 2006 ha attivato  collaborazioni con strutture didattiche in diverse regioni italiane. Tra le sette sedi attualmente operative, c’è anche Termoli. I corsi si svolgono presso la scuola di musica Atena, in via Cuoco 10. Gli allievi iscritti, per il momento una decina, frequentano le lezioni nelle aule attrezzate, con gli insegnanti Tiziano Albanese per il pianoforte e Graziano Carbone per la batteria. A settembre 2009 sarà attivato anche il corso di chitarra. A ogni alunno viene data la possibilità di studiare e di esercitarsi con l’enciclopedia multimediale, opera editoriale prodotta dalla Mussida Musica Editore con gli insegnati del CPM. A fine anno c’è l’appuntamento fisso con gli esami a Milano, per il rilascio dell’attestato e a conclusione del corso triennale si ottiene un diploma. Durante l’anno ci sono nel capoluogo lombardo, le Open Week, una serie di eventi dove gli studenti partecipano ai seminari incontrando artisti come Dolcenera o Gianluca Grignani, per citare qualche nome.
Ma qual è lo spirito del CPM Music Institute ? Come è nato il Network? A guidarci nell’affascinante mondo della scuola e del Network è un cicerone illustrissimo: Franco Mussida in persona, appunto. Uno dei massimi musicisti in circolazione. E’ lui che risponde alle domande nell’intervista concessa via cavo a Primonumero.it.
 
Come è nata l'idea del CPM?
«Dai miei pellegrinaggi in giro per il mondo. Il lavoro mi ha portato a entrare in contatto con realtà che qui in Italia ancora non esistono, soprattutto per quanto riguarda il linguaggio della musica popolare. In altri stati ci sono luoghi dove poter approfondire tecniche e strumenti. Qui in Italia ci si sta muovendo solo di recente. Ho pensato quindi che fosse utile una struttura che consentisse ai ragazzi che si innamorano della musica alla radio o ascoltando i dischi dei padri di avere un posto dove poter partire dalla propria passione per avviare un percorso serio e rigoroso nello studio dello straordinario linguaggio della musica. La scuola è stata istituita nel 1984».
 
E qual è la storia del network?
«Il progetto è nato per consentire a realtà disperse in tutta Italia di usufruire delle nostre opportunità, delle nostre idee. Siamo a Milano in una struttura in cui passa tanta gente, tanti artisti, c’è un dialogo continuo. Siamo una specie di occhio sul mondo dei giovani, anche sulla ricerca della didattica e quindi abbiamo istituito una sorta di rete particolare, privilegiata di persone che la musica la vivono e la amano per quello che è, una grande occasione per i giovani, per diventare migliori al di là del successo».
 
Avete avuto riscontri positivi?
«Si, noi siamo presenti in Marche, Emilia, Piemonte, Toscana, Liguria, oltre che in Molise. Stiamo aprendo una sede in Sicilia, a Roma, ci stiamo pian piano allargando. A me interessano non tanto i numeri, quanto collaborare con persone estremamente motivate che credono che la musica sia veramente importante in termini di valori da portare avanti».
 
Quanto tempo e quante risorse avete impiegato per realizzare le enciclopedie multimediali?
«E’ una lunga storia. Il mio primo progetto multimediale in assoluto riguardante la didattica musicale  risale al 1997. Parliamo di 11 anni, un’eternità dal punto di vista dell’evoluzione, se si pensa solo ai primi pc e a internet. Abbiamo iniziato a lavorare sulle enciclopedie nel 2000, ultimate nel 2005. Hanno collaborato decine e decine di persone tra insegnanti e tecnici».
 
Che cosa pensa delle nuove leve della musica italiana?
«C’è tanta curiosità tra i giovani, anche perché un tempo la musica era usata prevalentemente per esprimere il proprio stato d’animo, i propri sentimenti nascosti. Ora è sempre più un mezzo per comunicare. I giovani si dividono non più soltanto in generi, ma anche in tribù, parola che in verità non mi piace molto. Ognuna ha un suo linguaggio, un suo suono. I generi una volta erano un po’ più trasversali.  Anche la didattica deve stare al passo con i cambiamenti. Oggi sempre più si avvicinano alla musica i giovani che hanno disposizioni musicali: può anche non servire il talento, o essere un artista, ognuno può farcela. Questo da un lato è positivo, perché la musica si diffonde, dall’altro bisogna trovare strumenti innovativi per far passare la creatività, e non soltanto la tecnica strumentale o vocale».
 
Come sono cambiati la musica e lo studio della musica in questi 25 anni?
«Il valore aggiunto che intendiamo dare come CPM e collaborando con i nostri network è puntare sulla creatività e far capire che una persona con una normale disposizione musicale, se riesce a tirar fuori la sua creatività e a lasciare il suo segno, può avere delle belle opportunità. Bisogna scommettere oggi sempre di più sulla fantasia, l’originalità lasciando alla tecnica il compito di supportare questo che è però il nocciolo principale».
 
Che consiglio si sente di dare ai giovani che sognano di sfondare nel difficile mondo della musica?
«Intanto il mondo della musica è enorme, e quindi un ragazzo che si sente portato può trovare tanti modi per potersi esprimere, non solo andando a Sanremo o formando una band. Ci sono tanti rivoli, si possono scrivere testi, diventare tecnici o arrangiatori. Intanto bisogna chiarirsi le idee. Consiglio di essere sempre molto rigorosi con se stessi, la musica è un’arma a doppio taglio. Farla riempie di soddisfazioni, il problema è che quando la si vuol far diventare un mestiere le cose cambiano, non è più la tua soddisfazione, bisogna dare un qualcosa in più. Bisogna poi puntare su un progetto, creare qualcosa di proprio. Il CPM Music Institute si è occupato della formazione di tutti i partecipanti di SanremoLab e quindi anche di Arisa, vincitrice della sezione nuove proposte e di Simona Molinari. Durante la settimana di lezioni, molto intensa, ho battuto molto sull’importanza del rigore e di credere in se stessi. Quando poi ho visto Arisa e Simona, che ci hanno ringraziato anche pubblicamente in conferenza stampa, ho detto: ‘Evidentemente i nostri consigli sono stati ascoltati’».
 
Lei definisce la chitarra la sua compagna di vita. Qual è la forza di questo strumento?
«La chitarra ha tutto, non le manca niente, con lei puoi non solo suonare e divertirti, ma anche comporre, arrangiare, è uno strumento che racchiude tutti i principi della melodia, dell’armonia, del ritmo, del timbro e ti segue dappertutto. E’ una piccola meraviglia condensata in poco spazio che ti permette di creare e sognare in qualsiasi posto tu sia, sulla spiaggia, in riva al mare o nella stanza di un albergo. Certo che lei continua a essere un mezzo, perché la chitarra racchiude tutta la musica dentro di sé. Bisogna trovare le chiavi per farla uscire. La chiave della musica sei tu. Di fatto la musica la incarniamo noi».
 
Di recente ha partecipato a Sanremo insieme a tutta la Pfm come ospite. Come è stata questa esperienza?
«L’esperienza è stata esaltante, ma non lo dico io, in tanti lo hanno affermato anche sui giornali. Paolo Bonolis ha detto che si è reso conto dello scatto che ha avuto il festival quando siamo riusciti a infiammare la platea dell’Ariston. Per noi è stata una cosa normale, abbiamo messo la freccia al nostro camioncino delle tante serate che abbiamo fatto, siamo entrati nel retro dell’Ariston come si fa in qualsiasi altro teatro, scaricato gli strumenti come sempre e fatto un pezzo del nostro concerto. Non abbiamo fatto tv, è stata la tv che ha ripreso quello che facciamo abitualmente nei concerti. In più c’erano due persone davvero sorprendenti, con le quali siamo diventati molto amici, Stefano Accorsi e Claudio Santamaria, che ci hanno messo poi la ciliegina».
 
Che ricordo ha di Fabrizio De André?
«Il ricordo di Fabrizio è vivo ancora oggi, è quello di una persona che ha vissuto con estrema intensità la sua vita cercando di non farsi mancare niente, cercando di esplorare tutti gli aspetti della nostra esistenza, una persona che sentiva la poesia, che aveva senso religioso, un grande interesse per il sociale, per i più deboli, i dimenticati. Era un poeta da strada con la chitarra, da strada non nel senso dispregiativo del termine, ma che dalla strada e dal quotidiano traeva le sue ispirazioni. Sono stati due occhi molto particolari i suoi, che ci hanno consentito di leggere la nostra realtà in un modo davvero unico. Speriamo che ci siano sempre più di questi artisti, che ci fanno vedere il mondo e pensare in un altro modo, che ci fanno ragionare e non appiattire sulla cronaca, di cui sono pieni i mezzi di comunicazione».
 
Che effetto le fa riascoltare “Impressioni di settembre” riadattata dai “Marlene Kuntz”?
«Mi trovo in questo momento a circa un chilometro da dove ho scritto la musica di ‘Impressioni di settembre’, da dove stavo da bambino, quando avevo molti meno anni. Quando la sento non posso far altro che ricordare come è nato questo pezzo. Sono cresciuto in una delle tante case di periferia di Milano, con attorno i prati, una specie di casermone quadrato dove dalla mia finestra facevo fatica a vedere il cielo, l’unica cosa che vedevo era un cancello enorme di ghisa in fondo al cortile, ed ogni volta che lo varcavo sentivo di entrare in un’altra realtà. E’ stato l’ultimo brano che ho scritto a casa dei miei, la frase di ‘Impressioni di Settembre’ rappresenta la voglia di andarmene, di cercare libertà, di cercare la mia vita. Ogni volta che la ascolto, sento sempre che sono in cammino e visto che sono in tanti a volerla risuonare vuol dire che c’è tanta gente anche oggi che sente questa stessa emozione, che cammina con me». (CM)

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