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Mori, il generale dei Carabinieri che fermò Riina: “La mafia oggi è in declino”

Il fondatore del Ros dei carabinieri, ufficiale nel controspionaggio del Sid italiano, direttore del Sisde e prefetto della Repubblica è stato a Campobasso per un convegno organizzato dall’Unione italiana forense dal titolo “Il giorno della giustizia”. Per il generale che arrestò il boss dei boss oggi la mafia è in declino “persiste però un sentire mafioso”. E i Casamonica nuovi mafiosi? “No. La mafia è altro, quelli sono criminali”.

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“La mafia? Mmmmm… è in declino”. “I Casamonica? Quella non è mafia, quelli sono criminali”.

Venerdì, ore 15.30, sala convegni dell’hotel San Giorgio, l’Unione italiana forense – sezione Molise – ha organizzato un convegno dal titolo “Il Giorno della giustizia” e tra i relatori c’è anche lui: il generale Mario Mori.

Fondatore dei Ros dei carabinieri, il generale Mori è stato ufficiale nel controspionaggio del Sid italiano negli anni Settanta, dopo essersi formato nei nuclei speciali antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Diventato poi direttore del Sisde e prefetto della Repubblica Italiana, è voce autorevole quando il tema è “mafia, terrorismo, giustizia”.

E’ già seduto al tavolo del relatori, ma quando ci avviciniamo per chiedergli cinque minuti del suo tempo, non si scompone. Ufficiale e gentiluomo si accompagna a noi per varcare l’uscita dalla sala e concederci i pochi minuti che ha a disposizione prima di prendere la parola davanti alla platea, affollata, e che è lì per partecipare ad un incontro dai risvolti interessanti.

Il generale Mori è in congedo ma guardarlo negli occhi significa rimanere colpiti dalla sua fredda serietà, rimasta la stessa degli anni in cui indossava le stellette.

Non alza mai la voce, fermo e austero nelle sue spiegazioni. E’ conciso e chiaro nelle risposte alle nostre domande.

I suoi capelli e i baffi bianchi raccontano fisicamente un generale dei carabinieri che ha costruito una fetta della storia d’Italia. Per chi lo accusa, è il capo dei servizi deviati scesi a patti con la mafia. Per chi lo difende, è il generale che ha servito lo Stato negli anni più bui della repubblica.

Opinioni a parte, sta di fatto che Mori è colui che il 15 gennaio 1993 ha arrestato il boss dei boss: Totò Rina. E’ quello che Falcone prima e Borsellino poi hanno voluto e sostenuto. E’ colui che dopo l’uccisione di Aldo Moro,sotto la direzione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha messo a segno duri colpi alle Br.

Alla nostra morbosa curiosità sulla mafia, sulle sue dinamiche (magari ancora sconosciute) e sulla sua vitalità in questo momento in Italia, Mori taglia corto: «Intanto io inizierei con il dire che esistono due aspetti con i quali spiegare sinteticamente la questione mafia».

Quali sono?
«Se parliamo di mafia operativa è chiaro che questa sta declinando, sta arrivando alla fine come fra l’altro aveva previsto anche Falcone che in tempi non sospetti disse che il fenomeno mafioso era destinato a finire così come era nato».

Perché?
«Ma perché mancano i presupposti socio-culturali che sono stati alla base della sua nascita».

Il secondo aspetto?
«E’ quello che invece racconta che tuttavia resta in piedi il ‘sentire mafioso’, cioè un certo tipo di cultura mafiosa. E si tratta di una formazione culturale uscita peraltro fuori dai territori classici della mafia che sono tipicamente quelli del Meridione e che invece si è estesa in altre parti d’Italia come per esempio in Lombardia oppure in Piemonte».

Ha citato il giudice Falcone. Ma lei che rapporto aveva con lui?
«Eravamo legati da un rapporto professionale e personale basato sulla stima reciproca. Ma i sentimenti di affetto e di amicizia che mi legavano a lui preferisco tenerli per me».

Se la mafia operativa sta declinando, non sembra sia la stessa cosa per quella cosiddetta ‘dei colletti bianchi’…
«Anche in questo caso, ribadisco: non esiste. Non c’è traccia di una mafia dei colletti bianchi ma c’è una cultura che racconta di un approccio criminale al sistema, allo Stato. Ed è questo che va combattuto».

Cosa Nostra, gomorra, ‘ndrangheta… insomma questi sono i nomi storici delle organizzazioni mafiose contro cui lei e tanti come lei hanno combattuto per anni. E i Casamonica chi sono? Il nuovo che avanza?
«Il nuovo non in termini di mafia. Quelli non sono mafia, sono criminali».
Che differenza c’è?
«La criminalità percepisce solo l’utile, che può essere di varia natura ma è pur sempre utile. Nel sentire mafioso invece c’è la affermazione del proprio potere sul territorio e sulle persone».

L’Italia che rischi corre rispetto agli anni in cui lei combatteva le organizzazioni mafiose?

«Il solito rischio che corrono tutti i Paesi quando sono alle prese con questi tipi di criminalità. Certo è che bisogna combatterli tenendo presente quello che spesso dimentichiamo: e cioè che ci vogliono reparti specifici perché ciò che è generico non può affrontare una fenomenologia così strutturata».

L’arma dei carabinieri invece è cambiata in questi anni… In meglio o in peggio?
Sorride, ammette la difficoltà nel rispondere e poi chiosa: «Le posso dire che l’Arma dei carabinieri si evolve perché è il riflesso continuo della società. A questo punto bisognerebbe capire se la società è cambiata in meglio o in peggio ma, mi creda, è difficile per un vecchio parlare del nuovo».

Il Generale Mori ha più rimorsi o più rimpianti?
«Più soddisfazioni. Anche se forse ho pure qualche rimpianto: avrei potuto far meglio qualche operazione e avrei avuto certamente qualche successo in più nella guerra contro l’illegalità».

NC

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