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Cosa direbbero Jung e Chomsky dello tsunami Salvini-M5S?

I politici tendono a tenersi alla larga dall’analisi delle emozioni in politica, ma gli sviluppi della psicologia sociale, in particolare, come anche del pensiero psicoanalitico in generale, hanno dimostrato che la politica è anche una questione di emozioni e di immagini. Nell’ultimo periodo, dentro e fuori la mia stanza d’analisi, è risuonata spesso la parola “populismo”. L’ho ascoltata spessissimo, usata perlopiù in senso negativo, se non dispregiativo. Da analista junghiano non posso non segnalare che abbiamo utilizzato abbondantemente ed erroneamente un termine per indicare qualcosa che, per le viscere del popolo, ha invece un significato emozionale denso di positività. Un lapsus linguae collettivo da cui originano dinamiche profonde e potenzialmente dannose. Ed eccoci qui al 4 marzo…

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Lo psicologo analista, seppur impegnato perlopiù in trattamenti analitici individuali o di gruppo, non trascura lo sfondo sociale e politico sul quale si muovono le vicende dell’individuo, sia attuali sia passate. La fertile attenzione posta da Carl Gustav Jung alla dimensione collettiva della psiche mi ha persuaso dell’importanza che i movimenti socio-politici hanno sempre per il lavoro sulla (e con) la psiche individuale,che quotidianamente mi impegna nel “tentativo” di analizzarla.

I politici tendono a tenersi alla larga dall’analisi delle emozioni in politica, ma gli sviluppi della psicologia sociale, in particolare, come anche del pensiero psicoanalitico in generale, hanno dimostrato che la politica è anche una questione di emozioni e di immagini. La prospettiva psicologica dovrebbe essere integrata all’analisi dei fenomeni politici, senza trascurare lo sfondo delle altre determinanti sociali ed economiche. Nell’ultimo periodo, infatti, dentro e fuori la mia stanza d’analisi, è risuonata spesso la parola “populismo”. L’ho ascoltata spessissimo, usata perlopiù in senso negativo, se non dispregiativo.

Il dizionario Treccani afferma che per “populismo” si intende il “movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia” tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere (…) un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba”. Mentre altri dizionari tendono ad evidenziare altre accezioni che lo designano come un “atteggiamento demagogico volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità”. Il significato proprio e originario di questo termine, tuttavia, non rimanda affatto a qualcosa di negativo o di criticabile, mentre oggi, generalmente, si tende a conferirgli un significato dispregiativo, utilizzandolo per lo più come sinonimo di “demagogia”. Addirittura, il populismo “è stato di volta in volta descritto come una patologia psichiatrica, uno stile comunicativo, una sindrome o una dottrina– ci ha spiegato il politologo Ben Stanley sul Journal of Political Ideologies.

Da analista junghiano non posso non segnalare che abbiamo utilizzato abbondantemente ed erroneamente un termine per indicare qualcosa che, per le viscere del popolo, ha invece un significato emozionale denso di positività. Un lapsus linguae collettivo da cui originano dinamiche profonde e potenzialmente dannose. Ed eccoci qui al 4 marzo!
Jung ci ha insegnato che la salute individuale e collettiva di un popolo dipende anche dalla possibilità di differenziarsi dall’adesione acritica a forme collettive d’esistenza, per passare all’integrazione critica di forme e modelli culturali nuovi, da sostituire a quelli che hanno presieduto per il passato alla crescita e che, da un certo momento in poi, si rivelano insufficienti.
Così accade che il destino del termine “populismo” e dei fenomeni socio-politici emergenti sembra indicare una via nuova da intraprendere verso l’integrazione di nuovi modelli culturali: dall’essere usato prevalentemente come sinonimo di demagogia ed etichetta per politici percepiti come inadeguati, qualunquisti, violenti, fomentatori di odio ecc., il termine “populismo” sta oggi cominciando ad evocare una necessaria innovazione culturale e sociale.
Molti hanno usato in questi giorni il termine “tsunami” per rappresentare visivamente l’effetto disorganizzante di un movimento che ha finito con l’assumere tratti “rivoluzionari”, alla cui guida svettano uomini, soprattutto giovani, sui quali sono state proiettate immagini di “eroi”, inconsciamente elevati al ruolo di salvatori di un popolo designato quale vittima di soprusi e prepotenze di ogni genere da parte delle classi dirigenti, e soprattutto minacciato da pericoli reali o immaginari di fronte ai quali sembra chiedere riparo. Molti li hanno etichettati “populisti”, avendone riscontrato i tratti distintivi del comportamento manifesto, disconoscendo però le istanze inconsce che il popolo stava urlando nelle piazze attraverso la loro voce.

La dicotomia appena evidenziata credo rifletta una più diffusa ambivalenza verso la dimensione politica, che non è mai solo politica – ricordiamolo – ma anche psicologica e sociale. Da analista junghiano sto tentando di avvicinare il lettore alla natura “mercuriale” del fenomeno del “populismo”, in particolare di quello italiano. Di questa natura ambigua e ubiquitaria (dei fenomeni sociali emergenti come anche dei posizionamenti delle classi dirigenti nei loro confronti), ritengo si debba tener conto se si vorrà riconquistare un sano e benefico esercizio della politica. E non mi riferisco ovviamente a partiti specifici ma alla Politica come gestione della “polis”.

Noam Chomsky, il famoso intellettuale americano noto per essere uno dei più eminenti linguisti del ‘900, nonché appassionato attivista sociale, scrisse: Populismo significa appellarsi alla popolazione”. E, convinto del fatto che sia un termine utilizzato nel mondo prevalentemente in una accezione negativa, a causa di uno scotoma collettivo, proseguiva: “(…) Cosa dovrebbe accadere in una democrazia vera? La gente si radunerebbe pubblicamente e deciderebbe quale politica preferisce e direbbe ai candidati: ‘Questa è la politica che desideriamo; se sei in grado di portarla avanti bene, altrimenti vai a casa’. Questa sarebbe una democrazia effettiva (…)”.

Approfittando della chiarezza e della profondità del ragionamento di Chomsky, trovo utile segnalare come l’accezione negativa del termine “populismo” sia stata completamente eliminata nel suo discorso, per cui il linguista spiega che l’avversione nei confronti del populismo viene da parte delle classi dirigenti, le più potenti e agiate, e tale conflitto impedirebbe l’instaurarsi di una politica a servizio delle masse, evitando la cosiddetta democrazia più autentica, che secondo Chomsky è quella più diretta, esercitata veramente dal popolo. Chi detiene il potere, invece, secondo la sua lettura, vuole che la popolazione venga “tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Chomsky ritiene al contrario che “la popolazione dovrebbe essere partecipe e non spettatrice”. Inoltre, secondo l’Autore, le figure candidate alle elezioni dai partiti “non populisti” sarebbero “create dal mondo economico” (perché individuate attraverso ragionamenti di matrice lobbistica e commerciale).

Lo tsunami Salvini-M5S che ha colpito il 4 marzo quasi tutta la penisola ha ridisegnato la sua geografia politica rivelando una rappresentazione collettiva che vede i partiti politici prima egemoni come soggetti non “anti-politici”, bensì “a-politici”, ritenuto il loro funzionamento, seguendo il ragionamento di Chomsky, centrato maggiormente sul potere economico e non sulle istanze reali della “polis”.

Cosa ha comportato dunque questa diffusione unilateralizzata e distorta della rappresentazione del “populismo”? Questo conflitto intrinseco tra “significati” non ha finito col far passare nella testa della gente l’idea che i maggiori partiti della storia recente considerino, diversamente dai cosiddetti “populisti”, che la difesa degli interessi popolari, quantunque nobile in sé, sia illusoria, utopica, e anzi da contrastare perché non in linea con i dettami della realtà economica e con le sue leggi liberistiche?
E non è passata anche l’idea che a fronte di una classe dirigente presunta “competente” ma sorda ai movimenti viscerali e sfinterici del popolo, sia da preferire un rappresentante del territorio, pure impreparato ma desideroso di fare bene? L’uso inconsapevole di rappresentazioni mentali “inflazionate” dalla cultura politica e mediatica egemone (“il populismo negativo”), non rischia di facilitare invece proprio l’espansione della demagogia e del qualunquismo tra i “non populisti”, facendo dolorosamente scoprire la trave?

In Italia, abbiamo sempre considerato “populisti” per eccellenza gli esponenti della Lega; ma proviamo ad analizzare il tipo “populista” rappresentato da Beppe Grillo: il comico genovese in parte incarna agli occhi della gente il ritratto positivo proposto da Chomsky. Si è infatti mostrato interprete dei bisogni primari delle persone, affermando di volerne rappresentare le istanze e rivendicandone i diritti. Il suo posizionamento è stato sempre quello di chi si scaglia contro i privilegi della “casta”, molto abile nell’attribuire colpe, protestando per il trattamento sociale equo e l’onestà.
In accordo con gli studi di Ethan Busby e colleghi della Northwestern University che hanno condotto un esperimento di psicologia sociale sugli atteggiamenti “populisti”, ritengo che i pentastellati e Salvini abbiano intercettato, utilizzando uno stile comunicativo capace di fare leva sulla paure del popolo, alcune minacce alla comunità, reali o immaginarie, che vanno a minare i valori sui quali la comunità stessa si basa, attribuite ora a un individuo, poi al gruppo politico egemone, poi ancora agli immigrati e così via. Il cosiddetto “populismo” si è rivelato in Italia una vera e propria cassa di risonanza di istanze trascurate, non ascoltate, male interpretate di un popolo affamato e spaventato, da parte di chi è stato “preso” (è proprio il caso di dirlo) da ruoli fissi, da programmi basati certamente su competenze programmatiche ma più incline a combattere i cosiddetti “populisti”, piuttosto che a integrare la domanda di rassicurazione e di guida del popolo che a quelli rivolgeva lo sguardo.

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