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Cari genitori… ho qualcosa da dirvi sulle droghe (cosiddette) “leggere”

Noi professionisti sanitari e il legislatore abbiamo commesso un grave errore nel distinguere le droghe in “pesanti” e “leggere”, volendo così definire diversi livelli di gravità dei danni al sistema nervoso centrale e alla psiche

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Il Lions Club “Tifernus” di Termoli, su iniziativa della presidente pro tempore Mariangela Martella, mi ha invitato ultimamente a intervenire in un seminario dedicato alle dipendenze giovanili. Vi erano molti giovani presenti e alcuni insegnanti ad ascoltarci e, tra i relatori, anche il Capitano della Guardia di Finanza di Termoli, Alessia Iacomino. Ma vi erano anche dei posti vuoti nella sala conferenze dell’Hotel Meridiano di Termoli, e quel vuoto mi ha fatto pensare a voi genitori, e alle cose che vi avrei voluto dire. Così ho deciso questa domenica di scrivere queste brevi riflessioni indirizzandole proprio a voi, che non dovreste mai mancare in queste occasioni.

Avrei voluto confessarvi che noi (e intendo soprattutto noi professionisti sanitari), insieme al Legislatore, abbiamo commesso un grosso “peccato originale” che sta pesando sulle teste di tutti, e soprattutto dei nostri figli. Abbiamo distinto le droghe in “pesanti” e “leggere”, per definire i diversi livelli di gravità dei danni al Sistema Nervoso Centrale e alla psiche delle sostanze cosiddette “psicoattive”.

Ci siamo talmente abituati a questa distinzione che – talvolta sorridendo o negando le nostre paure con una battuta o abbassando lo sguardo “perché tanto si sa, lo fanno tutti ormai!” – stimando in altri termini la marijuana e l’hashish come «leggere», stiamo drammaticamente trascurando gli effetti che, invece, possono essere devastanti.
Dovrebbero preoccuparci molto, invece, l’apatia totale nei confronti del mondo o quella memoria ridotta gradualmente a un «colabrodo», o quei cali repentini nel rendimento scolastico o anche quegli scoppi improvvisi di ira che ci fanno pensare ad una personalità che non conoscevamo, ad una vera e propria alterazione di personalità, stati mentali che frequentemente possiamo osservare nei giovani, soprattutto dai 14-15 anni in su. Una volta, quando eravamo giovani noi, poteva accadere tutto questo, e lo si attribuiva alle importanti trasformazioni della personalità dell’adolescente, una “crisi” transitoria, anzi necessaria.

Ultimamente, però, dobbiamo riconoscerlo, può capitarci di osservare che questi cambiamenti sono l’anticamera di psicopatologie che si stanno strutturando. Probabilmente qualcuno di voi in questo momento starà pensando che io stia esagerando, magari per una deformazione professionale che mi induce a vedere la psicopatologia dietro una “prassi” innocua ormai molto diffusa.

Ma sospendiamo un attimo il giudizio sulla fondatezza o meno di queste considerazioni, riflettendo su quello che l’Organizzazione Mondiale della Salute ha da dirci con un intero volume sui danni alla salute che sarebbero già stati provocati, e documentati nella clinica, dalla Cannabis.

Studi di settore accreditati dalla comunità scientifica rilevano che l’uso abituale, l’abuso delle droghe cosiddette “leggere”, provoca una riduzione delle capacità cognitive e danni alla memoria, sia a breve che a lungo termine. Può determinare pesanti cambiamenti di personalità, di cui si accorgono soprattutto le persone più vicine. Rilevanti sono, infine, le osservazioni di vere e proprie alterazioni cerebrali e una enorme variabilità individuale (condizionata anche dalla genetica) per cui l’uso di cannabis sembrerebbe poter provocare disturbi di ansia e persino l’insorgenza di gravi disturbi psicotici.

Ho ben chiara l’espressione di molti di voi genitori che spesso mi consultano perché sono preoccupati della possibilità che i propri figli, dall’uso abituale di cannabis, possano poi passare alle droghe più pericolose: questa loro preoccupazione sembra essere confermata da alcuni dati statistici che riportano come circa il 45% circa dei pazienti in carico al Ser.T. dall’uso iniziale di cannabis ha poi sviluppato forme di poliabuso.

E in Italia il 20% dei giovani e giovani adulti, in età compresa tra i 15 e i 34 anni, fa uso di cannabis (dati dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze). Hashish e marijuana sono le sostanze più usate dagli adolescenti non solo in Italia, ma in tutti i Paesi del mondo, anche se si sta diffondendo molto l’uso della cocaina.

A volte si insinuano nei discorsi condivisi nella stanza di consultazione quelle subdole manovre difensive che ci fanno dire che negli anni ’70 e ’80, anche allora, se ne cominciava a fare uso e, noi, siamo qui, non è accaduto nulla di significativo, non abbiamo subito danni significativi. Ci sono poi i dati che riporta ultimamente la Guardia di Finanza che fanno crollare come sabbia le nostre difese evocative di un “passato glorioso di invulnerabilità”: perché ci dicono che nell’arco degli ultimi dieci anni, nella marijuana sequestrata e poi analizzata, è stata riscontrata una concentrazione del principio attivo nei cannabinoidi che è passata dal 2,4% al 60% negli ultimi sequestri. E il principio attivo di cui parlano è proprio quel fattore chimico che rende la sostanza “psico-attiva” appunto, cioè capace di generare cambiamenti nel funzionamento del Sistema Nervoso Centrale.

Ricerche di laboratorio hanno documentato che il principio attivo della cannabis agisce soprattutto nella corteccia prefrontale, deputata all’iniziativa e al prendere decisioni, alla fluidità verbale, alla capacità di valutare conseguenze e rischi dei propri comportamenti e ai livelli di motivazione. È pure concentrato nell’ippocampo, area del cervello fondamentale per memoria e apprendimento, nel cervelletto, che svolge una funzione essenziale nell’equilibrio e nella coordinazione dei movimenti, e nei nuclei della base, responsabili del controllo del movimento. La presenza di ricettori dei cannabinoidi è inoltre significativa nel sistema limbico e nel nucleo accumbens, che svolgono un ruolo importante per quanto riguarda gratificazione, pulsioni istintive, motivazione e comportamento.

Ora, quel che maggiormente mi preoccupa, è che nell’età adolescenziale la personalità è in trasformazione, e questo processo è basato non solo su aspetti cognitivi o affettivo-relazionali, ma anche sulla cosiddetta “plasticità neuronale” ossia la capacità dei neuroni di stabilire una serie di connessioni che rendono possibile l’intercomunicazione fra le cellule nervose del cervello: le sostanze psicoattive – dall’alcol fino alle droghe pesanti– agiscono proprio a questi livelli e potrebbero determinare effetti permanenti.

Per questi motivi dovremmo correggere, tutti insieme, il messaggio rassicurante che abbiamo un po’ tutti contribuito a diffondere sull’uso di queste sostanze, cominciando a destrutturare alcune “teorie ingenue” secondo le quali, ad esempio, la marijuana non determinerebbe dipendenza (falso), tolleranza (falso) e astinenza (falso).

La classificazione che abbiamo fatto, che ci fa distinguere le droghe in “pesanti” e “leggere”, è di fatto scorretta dal punto di vista scientifico, poiché si basa esclusivamente sul concetto di pericolosità. Le droghe cosiddette “leggere”, in realtà, sono ugualmente pericolose e nocive, sebbene la loro azione sia più lenta e sia necessario assumerne una quantità maggiore per sviluppare dipendenza e andare incontro a rischi per la salute.

Vorrei che fosse chiaro questo messaggio: “pesanti” o “leggere” che siano, sono pur sempre droghe ed i loro effetti sull’organismo sono devastanti. Danneggiano irreparabilmente il sistema nervoso centrale, sono causa di numerose patologie gravi, e portano spesso alla tossicodipendenza. Si tratta di un problema culturale, ben radicato nella società, che necessita di maggior informazione per essere compreso ed arginato.

Non sarà un’impresa facile, soprattutto se consideriamo che oggi abbiamo un grosso problema in più: sul web proliferano i siti che presentano gli effetti benefici delle droghe leggere.
Ultimamente la negazione collettiva degli effetti devastanti delle droghe leggere è stata ulteriormente alimentata dalle notizie che la cannabis potrà essere utilizzata a scopo terapeutico.

Diciamo chiaramente, invece, ai nostri figli che nessuna sostanza chimica o biologica, introdotta dall’esterno nel nostro organismo, che non abbia obiettivi terapeutici necessari e insostituibili, potrà mai avere effetti benefici, soprattutto a lungo termine. Piuttosto incoraggiamoli ad “ammalarsi” di passioni, di sport, di cultura che pure sono in grado di agire sugli stessi centri nervosi che prima vi ho elencato, determinando un senso di appagamento e di benessere duraturo e non nocivo.

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