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La protesta per tenere i migranti è un caso nazionale. Dal borgo molisano lezione antirazzismo

La storia di Ripabottoni, dove la popolazione è scesa in piazza contro la decisione della Prefettura di smantellare Xenia, il cas che ospitava 32 migranti, finisce sui quotidiani nazionali e diventa una storia di dibattito controcorrente. Intanto su facebook un giovane nigeriano appena trasferito ringrazia la comunità a nome anche degli amici: "Ripabottoni grazie per la vostra ospitalità, persone fantastiche, ambiente bellissimo".

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Il Fatto Quotidiano, per raccontare la storia al contrario di Ripabottoni, ricorda che «A Goro fecero le barricate perché quelle 12 donne e 8 bambini proprio non li volevano. A Lesignano de’ Bagni, vicino a Parma, a novembre hanno incendiato una struttura appena ristrutturata: doveva ospitare otto richiedenti asilo e sulle colline parmensi qualcuno aveva deciso che non dovevano neanche arrivarci». Di proteste contro i migranti la cronaca italiana è piena. Ancora: «A San Michele Tiorre, in cinquanta accerchiarono e insultarono una donna che aveva affittato la sua villetta a una cooperativa per accogliere venti migranti. Le sputarono addosso e la bloccarono nella sua automobile, intimandole di stracciare il contratto».

A Ripabottoni, invece, la gente è scesa in piazza e si è messa a firmare petizioni perché i migranti li vuole. Perché il centro Xenia, smantellato ieri – giovedì – su ordine della Prefettura, doveva restare al suo posto. E al di là di come è andata a finire, con la sconfitta della popolazione “integrata” e una delusione indescrivibile per i 32 migranti che fino all’ultimo hanno sperato in un ripensamento istituzionale, la storia del borgo molisano è servita a fare la fotografia di un’altra Italia. Un Paese che di razzista non ha nulla e che ha sperimentato sulla propria pelle il principio – in genere astratto – dell’accoglienza.

544 abitanti secondo l’Istat, rischio spopolamento elevatissimo, soliti problemi di un paesino delle aree interne nella regione peggio collegata della Nazione. Gente, quella che abita nei vicoli di Ripabottoni, che fa i conti con le difficoltà logistiche, una sanità complicata, se non altro per la distanza dagli ospedali e dai centri medici e le strade impossibili, la disoccupazione, la fuga dei giovani. Ma che non per questo ha ingaggiato, come successo altrove, una “guerra tra poveri”, additando i giovani stranieri arrivati dall’Africa – e non solo – come i parassiti che certe derive leghiste hanno purtroppo quasi legittimato nel linguaggio semplificato del dibattito social.
Ripabottoni, paese dell’accoglienza. Pur sempre Molise, e – in questo caso – il Molise migliore.
Quel Molise che è finito, una volta tanto con una accezione positiva e diversa, sui giornali nazionali come esempio (inedito) di resistenza civica e integrazione. Non solo Il fatto Quotidiano, ma diversi altri siti a carattere nazionale hanno ripreso la storia del paesino protagonista di una petizione per non far andare via i migranti. Petizione che non ha sortito l’effetto sperato (la Prefettura non ha nemmeno ricevuto i delegati, come Primonumero.it ha raccontato ieri), ma che si è conquistata ugualmente il merito di incarnare gente con un cuore e, soprattutto, un grande rispetto della diversità.

Il day after della chiusura di Xenia è l’occasione per tracciare un bilancio di quanto accaduto, asciugare le lacrime e riflettere a mente più fredda sul futuro dei paesini molisani dove la presenza di migranti – uomini e donne, e bambini che nascono qua – è in grado di ravvivare la comunità, abbassare l’età media, rimpolpare le squadre di calcio a corto di atleti, dare vita a un coro della chiesa che altrimenti non ci sarebbe. In barba a quello che possono dire certi leghisti – del sud e del nord – e in antitesi alla miriade di pregiudizi che, complice un clima nazionale dai risvolti xenofobi e nemmeno troppo mascherati, coltivano la paura, alimentano a dismisura il fisiologico timore dell’essere umano davanti allo “straniero” impedendo che due mondi diversi possano incrociarsi (e amarsi, reciprocamente) e autorizzano la violenza e il sopruso.
Quella di Ripabottoni invece è una lezione di accoglienza e integrazione all’Italia, anche se finita con un insuccesso della protesta. Una lezione della gente, che tiene fuori i massimi rappresentanti delle Istituzioni, a cominciare dal sindaco Orazio Civetta, considerato il deus ex machina della operazione di trasloco, rimasto in un silenzio strategico e lontano da casa, per arrivare alla Prefettura, che ha ritenuto di non abbandonare il rigido protocollo nemmeno per un secondo, nemmeno per dare un’occhiata a quelle firme coraggiosamente vergate una a una sui fogli bianchi.

Resta, insieme al racconto del canone inverso, la voce sui social che unisce amarezza e affetto. Eghosa James è un ragazzo nigeriano appena andato via dopo un anno trascorso a Ripabottoni, che affida, in un italiano imperfetto da traduttore automatico il suo ringraziamento alla comunità sulla bacheca di facebook. «Ricordo il primo giorno in cui sono arrivato a ripabottoni di domenica, ho visto tutto l’habitat naturale e gli splendidi edifici della comunità, ho l’opportunità di fare tanti amici giovani, vecchi e bambini, molte famiglie ci portano come là bambini ricevere un regalo diverso da persone diverse, ma oggi verrà lasciato un messaggio spezzato, perché alcune persone si sentono superiori rispetto ad altre, ora non resterà altra scelta che lasciare la comunità che ci fornisce le sinistre, ricordo durante la neve periodo come Maria Antonieta prepara i pasti per gli ospiti con l’aiuto di Viviana e Laura, cioè per mostrare quanto possano essere simpatiche e ospitali le persone a ripabottoni, non posso dire molto ma Dio sa il meglio, mi mancherà per sempre tutti in ripabottoni, apprezzo moltissimo tutti quelli che sono usciti ieri a mostrare amore e premure con un sacco di baci e abbracci, ripabottoni grazie per la vostra ospitalità, persone fantastiche, ambiente bellissimo da essere».

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