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La città fascista e un architetto ebreo diventato molisano: lo stile littorio nei palazzi più ’in’ foto

Sono molti gli esempi di architettura fascista o novecentista a Campobasso: se l’edificio più noto e rispettoso dei canoni, fissati a partire dal ’34, è quello della Gil di via Milano, in città si possono ritrovare anche altri palazzi importanti dal punto di vista delle vicende architettoniche. Ha avuto una storia curiosissima la realizzazione del Palazzo Di Penta in piazza della Vittoria: il suo ideatore era una architetto ebreo di origini polacche arrivato in Italia nella prima parte del ventennio e sfuggito allo sterminio nazista grazie al suo talento e a una piccola comunità, Sepino, dove fu internato dopo la promulgazione delle leggi razziali. Davide Pacanowsky ha partecipato agli scavi di Altilia ricevendo la cittadinanza onoraria, realizzato uno degli edifici più ’in’ del capoluogo molisano e costruito case popolari anche a Bojano, Casacalenda e Termoli.

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Se quello dell’attuale sede della fondazione Molise Cultura – meglio conosciuto come Gil – è l’esempio di architettura fascista più noto in città, a Campobasso ci sono parecchie altre costruzioni del ventennio che ancora resistono. Ci si passa accanto distrattamente ogni giorno senza notare linee e richiami allo stile littorio, troppo spesso confuso con quello novecentista di cui pure sono sopravvissute diverse testimonianze architettoniche.
In premessa, infatti, è necessario spiegare che «non tutta l’architettura realizzata durante il ventennio è fascista». Ne sa qualcosa il giovane architetto Paolo Fagliarone appassionato delle vicende architettoniche italiane del XX secolo. «Un vero e proprio stile “littorio” – spiega a Primonumero – non fu propriamente codificato se non a partire dal 1934, con il concorso per il Palazzo del Littorio e della Mostra della rivoluzione fascista che sarebbe dovuto sorgere a Roma, nella via dei fori imperiali appena realizzata. Tale occasione costituisce uno spartiacque poiché le prescrizioni indicavano chiaramente l’uso di caratteri costruttivi tradizionali e l’uso di materiali dignitosi, in opposizione alle istanze dell’architettura moderna d’oltralpe. L’importanza fu tale che il giudizio finale sul secondo grado venne riservato al duce in persona, e il progetto vincitore, quello di Del Debbio, Foschini e Morpurgo, definì i canoni del linguaggio di regime: proporzioni “ad quadratum”, archetipi semplificati, bucature ripetute ossessivamente e contornate da solide cornici, superfici lisce rivestite in lastre di pietra bianca, ingressi monumentali a tutta altezza etc., uno stile di cui si trova ampia testimonianza nella gran parte degli edifici dell’Eur a Roma».
Quanto fatto a Campobasso tra gli anni ’20 e ’30 è più che altro in stile novecentista. Un bell’esempio arriva dalla stazione di Campobasso ma anche dal vecchio (e in via di demolizione) cinema Ariston. L’edificio di via Cardarelli, seppur realizzato nel dopoguerra, presenta elementi che possono farlo assimilare a un periodo precedente. Un altro esempio dello stile novecentista arriva dai due palazzi che fanno angolo tra via Roma (dove c’è la Casa della Scuola) e via De Attellis.

E’ chiaramente il più fascista del capoluogo l’edificio della Gioventù Italiana del Littorio in via Milano, opera del napoletano Domenico Filippone. Il palazzo «sebbene non presenti finiture superficiali in pietra (probabilmente a causa delle minori disponibilità economiche, questo sostiene Fagliarone), costituisce un chiaro esempio dell’adesione ad un linguaggio propriamente littorio soprattutto nella modulazione delle aperture e nei due corpi angolari a tutta altezza, oggi purtroppo chiusi da vetri oscurati».
E si richiama allo stesso stile anche il palazzo dell’assessorato all’Agricoltura di via Nazario Sauro che presenta finestre molto alte sebbene sia stato realizzato con una cura costruttiva inferiore. Mentre la Gil ha una sua eleganza, infatti, la sede regionale è più sgraziata ma questo perché durante il ventennio anche lo stile era imposto e si lasciava poco spazio alla creatività Tutti, bravi e meno bravi, dovevano in qualche modo attenersi ai canoni costruttivi dell’epoca. L’assessorato dunque racconta un’altra storia ed è proprio questo a renderlo interessante. Per certi versi anche più della Gil

Altri edifici di epoca fascista sono il palazzo Inail di Luigi Ciarlini (anni ’40) l’ex Banco di Napoli, il Palazzo di Giustizia di viale Elena, l’ex Onmi di via Muricchio, il vecchio deposito Enel in via Gazzani e – non necessariamente di stile littorio – la Banca d’Italia e il palazzo Incis di Piazza Savoia. «Questi ultimi due – dice l’architetto Fagliarone – rappresentano l’assortimento nei linguaggi architettonici che fa capire, ancora una volta, come non ci fosse uno stile unitario almeno nella prima parte del ventennio».

Ma la storia più curiosa è quella del palazzo Di Penta in piazza della Vittoria ancora oggi considerata una delle residenze in centro più ’in’. L’opera di Davide Pacanowsky, architetto ebreo di origini polacche, risale al 1936, anno in cui l’ex compagno di studi Antonio Di Penta lo invitò a Campobasso per realizzare il fabbricato residenziale immediatamente salutato come convincente esito del ‘vento dello spirito nuovo’ che soffiava in provincia (Casa d’abitazione a Campobasso, 1936, p. 46). Pacanowsky, la cui famiglia fu sterminata in un campo di sterminio nazista, era arrivato in Italia dalla Polonia nel 1923, grazie a una borsa di studio concessa dal governo italiano ai più meritevoli studenti stranieri, per iscriversi alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano. Era in Italia quando furono promulgate le leggi razziali nel ’38 tanto che fu imprigionato (oltre che polacco l’architetto era anche ebreo) ma rilasciato in virtù delle acclarate capacità operative e delle non comuni conoscenze tecnologiche, per motivi di lavoro (dizionario biografico Treccani).
Nel ’39 fu internato a Sepino dove rimase quattro anni. Periodo difficile ma gratificante in cui Pacanowsky fu coinvolto dall’archeologo Amedeo Maiuri nei lavori di scavo di Altilia. Nel 1944, in segno di riconoscenza per l’abnegazione e la dedizione mostrate nel lavoro, Pacanowski ricevette, insieme a Maiuri, la cittadinanza onoraria del comune molisano. A Sepino l’architetto partecipò anche all’ampliamento del cimitero e alla costruzione del cinema.
Il suo legame col Molise e con la città di Campobasso si rafforzò anche dopo la caduta di Mussolini grazie al rapporto con l’impresa Di Penta per la quale ideò diversi edifici nel dopoguerra, ma anche ponti e ville in tutta Italia focalizzando la sua attenzione negli anni ’50 sull’edilizia popolare di cui sopravvivono esempi in Campania e in Molise (Bojano, Casacalenda e Termoli). La vita straordinaria di questo architetto adottato dal Molise si è conclusa il 4 agosto del 1998.
(AD)

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