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L’imprenditore creativo che ha battuto la crisi: “Mai smesso di investire. Seguo i miei brividi”

Dante Cianciosi, 58 anni, vertice di una delle aziende più solide e di successo del territorio. Una storia di sfide, coraggio, sacrifici e emozioni iniziata a Nuova Cliternia, vendendo pali di cemento per vigneti ("Mio padre era un mezzadro che si è riscattato) e approdata nel Nucleo Industriale di Termoli con un progetto specializzato in forniture per l’edilizia che oggi è una "sartoria della casa", dove Cianciosi ha investito tempo, idee e denaro. Per il terzo anno consecutivo il fatturato è in crescita, dopo gli anni bui della crisi che è riuscito a tenere a bada "continuando a investire e senza licenziare nessuno. Abbiamo tagliato l’inutile e ci siamo concentrati sull’obiettivo" racconta in questa intervista l’imprenditore, spiegando quale molla lo muove e da cosa dipende il successo e la crescita della sua realtà commerciale.

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Il suo è un nome famoso da queste parti. Dante Cianciosi, per tutti il volto di una azienda specializzata nell’edilizia. Solidissima, cresciuta negli anni più difficili della economia italiana e molisana, diventata sempre più grande e di sempre maggiore successo. Cianciosi srl, nel Nucleo Industriale di Termoli. Di recente ristrutturata da cima a fondo, rivoltata come un calzino e con un investimento impressionante che l’ha trasformata in una “sartoria”.

Sartoria?
«Esatto. Mi piace pensare che sia l’officina creativa dove si costruisce un prodotto personalizzato dalla a alla z sulla base delle esigenze e dei desideri del cliente».

In un momento in cui l’omologazione impera, lei va in controtendenza…
«L’omologazione produce repliche, non ci appartiene e non credo appartenga nemmeno allo spirito italiano. Costruire un ambiente che è la copia di un altro non fa per noi. Abbiamo la pretesa di distinguerci come azienda per offrire determinati prodotti, determinata qualità, ma soprattutto una consulenza professionale e una preparazione tecnica che non si arresta mai, altrimenti saremmo finiti».

Qualcuno le potrebbe rimproverare che certe innovazioni non sono alla portata di tutti, finanziariamente parlando.
«Sicuramente rispetto ad altri i nostri prodotti costano di più. Ma offriamo il meglio, seguiamo il progetto casa dall’inizio alla fine, e sempre avendo presente le necessità del cliente, mai le necessità di vendere qualcosa. La nostra fascia di mercato è medio-alta, ma non certo altissima. Anche perché il Molise, come ormai l’Italia, non ha una capacità di spesa troppo elevata».

Cianciosi Srl andava benissimo, ma lei ha deciso di cambiare tutto. Cos’è, una provocazione?
«Beh, ogni sfida comporta una dose di coraggio e pericolo, ma questo è stato l’unico progetto che mi ha dato un brivido particolare, e quindi ho seguito questa idea. Per me è stata una rivoluzione culturale».

In che senso?
«Un approccio diverso alla cultura del mercato. Una visione innovativa, e soprattutto un progetto, sicuramente ambizioso, condiviso con i miei collaboratori. So che la sua riuscita dipenderà da noi non meno di quanto dipenderà dal mercato».

I suoi dipendenti come hanno accolto l’idea? E, soprattutto, lei pensa che ne siano stati felici?
«Scommetto di sì. Sono molto soddisfatti, e sono molto responsabilizzati. Guardi, per me i miei collaboratori sono tutto, sono lo spirito dell’azienda. Chi non condivide un progetto, semplicemente non può lavorare qua. Di conseguenza quelli che non ci credono non ci sono. Chi c’è sa che se una cosa fa crescere la Cianciosi, fa crescere anche loro, da tutti i punti di vista. Ma dei miei collaboratori voglio dire una cosa…».

Prego
«Hanno tutti un altissimo senso del lavoro, del sacrificio, della famiglia e della casa. Di fronte a un progetto impegnativo e coinvolgente, a una scadenza importante, non hanno problemi a venire prima o restare oltre l’orario. Non me lo chiedono nemmeno, sono iniziative autonome. Per sintetizzare, hanno uno straordinario senso di appartenenza a questo posto, che mi rende felice».

Ho sentito dire che lei li obbliga a leggere riviste di settore almeno un pomeriggio a settimana…
(ride) «Ha sentito bene. Rientra nell’idea di creare un ambiente frizzante in cui è bello confrontarsi. Anzi, sa che ho chiesto a un caro amico, uno di cui mi fido moltissimo, di venire in azienda a “interrogare” i dipendenti sulle loro idee, la loro visione delle cose, il loro grado di soddisfazione? Mi interessa il benessere di chi lavora con me, e anche la sua crescita personale».

Del resto l’azienda di Dante Cianciosi è un po’ sui generis. C’è perfino una specie di ludoteca, quella scatola di vetro piena di giocattoli e tappetini…
«Così i bambini sono a posto, possono divertirsi con i giochi di legno o guardare un film d’animazione in tv, prendere una bibita… E i genitori stanno tranquilli, non vengono tirati per la manica continuamente mentre parlano con i nostri progettisti a scelgono i materiali».

Vedo anche, nel suo ufficio, attrezzi ginnici, sacco e guantoni da boxe. E’ per scaricare la tensione?
«Ogni tanto fa bene tirare qualche pugno, non trova? Scherzi a parte, se non posso andare in palestra come mi piace fare almeno un paio di volte a settimana, rimedio in questo modo…»

58 anni, una moglie e due figli, imprenditore. Si ritrova in questa definizione?
«Di fatto lo sono. Tecnicamente, intendo. Ma sono figlio di agricoltori, mio padre a Campomarino aveva dei vigneti, era un mezzadro di Palata che è riuscito a riscattarsi e ha comprato della terra. Una persona intelligentissima, alla quale però mancava il coraggio dell’azzardo. Non aveva soldi per investire e aveva una grandissima paura di fare debiti».

E lei?
«Io il debito lo faccio con una tranquillità spaventosa. Se sono convinto che il progetto possa avere un futuro, non esito. Sono nato con il leasing e non so immaginare la mia vita senza mutui».

Sta scherzando?
«Un pochino. Ma è vero che ho una buona dimestichezza con i cosiddetti debiti, perché per investire servono soldi. Debiti sempre andati a buon fine, intendiamoci. Quest’anno sono state le banche a venire da me, mi hanno proposto di prendere un po’ di denaro».

Veramente? Ma è quasi un miracolo…
«Già, ho rischiato di commuovermi. E mi hanno perfino offerto la cifra».

Che ha accettato?
«Ci sono momenti in cui capisci che non puoi dire che sì. E’ stato uno di quei momenti. D’altra parte negli ultimi tre anni ho investito circa 800mila euro, ho fatto un grande passo. E mi sento tranquillo».

Cosa l’ha spinta?
«Ho sentito che mi stavo appiattendo su un metodo commerciale e su una proposta anche culturale. E appiattirsi è una delle peggiori cose che possa capitare a chi vuole fare imprenditoria».

Come ha cominciato?
«Mio padre, mettendo su i vigneti, ha cominciato a produrre i pali in cemento. Io ho ereditato l’aziendina e ho iniziato subito a diversificare. Avevo 22 anni e mezzo, venivo da tre anni di polizia. Ero andato via a 19 anni, cambiando clima e ambiente, ho avuto una educazione militare che mi è servita. Ho vissuto a Trieste, lì ho conosciuto una Italia differente, un’Italia che stava avanti. Ricordo che le cassette musicali uscivano 15 giorni prima che a Termoli. Oggi se ci pensiamo è un tempo infinito. Comunque mi sono sposato con una veneta, ho avuto un incontro ravvicinato con la vera industrializzazione, ho visto da vicino un mondo che era una esplosione di buona volontà, in cui ognuno era orgoglioso di svolgere il proprio compito, il lassismo era praticamente ridotto a zero».

Tornato in Molise cosa ha fatto?
«Ho iniziato a lavorare, mi sono avvicinato all’edilizia, prima con la produzione di manufatti speciali, tutti innovativi. Poi il tempo e gli spazi non me lo permettevano e sono diventato fornitore di materiali edili. Lì è nata l’esigenza di avere visibilità maggiore, perché sapevo che in caso di decrescita sarei stato spazzato via in mezzo alla campagna di Campomarino».

Sono stati anni duri?
«Difficili. Anche anni di sacrifici, se ricordo per esempio che il primo viaggio con notte fuori io e mia moglie lo abbiamo fatto 10 anni dopo il viaggio di nozze… Sì, anni duri all’inizio. Avevo due dipendenti e facevo un fatturato che era roba da scappare la notte. Il primo anno fatturavo quello che negli anni migliori della mia azienda fatturavo alle 11 o al massimo a mezzogiorno».

Poi è andata meglio però. Se no non sarebbe qua.
«E’ stato un crescendo. Ogni anno vendevo e fatturavo di più. Dai manufatti in cemento ho cominciato a vendere altri materiali edili. Era il 1987. E grazie alle imprese ho cominciato a capire come funzionava. Ero un piccolo commerciante che caricava, guidava le gru, faceva tutto, consegnava nei cantieri, e questo è stato un bene, mi ha aiutato tantissimo negli anni a venire, perché io conosco che lingua si parla in un cantiere, riesco a dialogare con magazzinieri, venditori, rappresentanti».

Perchè ha spostato l’azienda a Termoli?
« E’ sulla costa l’economia vera di questo territorio e quindi, non potendomi permettere lotti impegnativi nel cuore di Termoli, ho chiesto al Nucleo Industriale di acquistare 20mila metri quadrati di terreno, che poi sono diventati 30mila, e ho iniziato questa avventura aziendale con una logistica molto attuale, stando attento a scegliere i partner giusti, quelli con tutte le certificazioni e le garanzie. Ho aperto nel 2005».

Poco prima della crisi…
«Esatto. Avevo raggiunto 2,5 milioni di fatturato, mi sono detto che bisognava raddoppiare e infatti ho più che raddoppiato, sono arrivato a 7 milioni. Ma poi è iniziata la discesa. Il minimo l’ho toccato nel 2014 con il 60 per cento in meno. Quello è stato il momento più cupo»

Però non ha smesso di investire…
«No, ho sempre tenuto presente l’obiettivo. Mi sono scrollato la cappa di rassegnazione e disperazione che sembrava avere invaso il mondo e l’Italia, mi sono fatto consigliare da specialisti in leasing, sono andato avanti. E finalmente ho assistito all’inversione di tendenza: questo del 2017 è il terzo bilancio chiuso in crescita, in controtendenza nel settore del centro sud perché l’edilizia non è uscita dalla crisi».

Il merito?
«Equamente diviso tra diversi fattori. Un po’ è del mio incosciente ottimismo, molto è di quanti mi hanno incoraggiato, aiutato, sostenuto. Ringrazio Madre Natura per avermi regalato uno spirito creativo e sognatore che non mi ha mai fatto perdere di vista l’obiettivo. E ringrazio la vita che mi ha offerto la possibilità di viaggiare, specialmente all’estero, partecipare a fiere, seminari, cicli di studio, convegni. Di confrontarmi con tanti colleghi, di incrociare le visioni su un prodotto, sul mercato. Una volta ero convinto che a 60 anni mi sarei ritirato, ora non so nemmeno cosa siano 60 anni. E mi piacerebbe fare tante altre cose. Anche se io faccio un passo al volta, secondo un motto che mi porto dentro da sempre».

E qual è?
«Testa Cuore. Non necessariamente in quest’ordine, ma nel lavoro quasi sempre in quest’ordine».

Ha vissuto anni difficili, diceva. Anni in cui è stato necessario fare dei licenziamenti?
«Ho lo stesso numero dipendenti del 2008. Quindici».

Come ha fatto, scusi?
«Ottimizzando tanti costi, le spese futili, risparmiando per esempio sull’emissione della ricevuta, producendo una parte di energia con pannelli solari, che hanno portato a bollette meno salate. Ho tagliato costi superflui, compresi gadget e una pubblicità inutile per sposarmi su quella utile. Ottimizzando le consegne, gli automezzi in strada, il carburante e la manutenzione, aumentando la flessibilità aziendale, sfruttando meglio i metri quadrati. Ora per esempio ci stiamo convertendo all’elettrico abbandonando il rumoroso diesel, sappiamo che il futuro passa attraverso queste scelte e che a lungo andare si risparmia anche economicamente».

Riesce a delegare o le risulta complicato?
«Mi ritengo un coordinatore, l’allenatore della squadra. Ma qua dentro ognuno ha una sua responsabilità, un suo compito definito. Io intervengo per acquisti strategici, scelte di magazzino o innovazione. Ma decidiamo insieme. E’ molto importante il confronto, guai se non ci fosse. Quindi sì, riesco a delegare. Anche perché mi fido moltissimo dei miei collaboratori».

Com’è la sua giornata tipo?
«Mi sveglio presto, alle 6, leggo i quotidiani online, e ammetto che i miei preferiti sono, oltre al Corriere, a Italia Oggi e alla Gazzetta dello Sport, anche Primonumero, vedo un po’ i social, faccio una colazione a base di frutta e mi fiondo qua in azienda. Dove resto fino al tardo pomeriggio, con una pausa pranzo che a volte trascorro fuori con mio figlio oppure qua con la nipotina, una vera gioia per la mia vita. Non sono un tiratardi e mi piace una vita riservata, quindi a parte qualche cena con gli amici, di solito tra le 11 e mezzanotte sono a letto, nella mia casa».

Una curiosità: qual è il colore predominante della sua casa?
«Sabbia. Un colore che mi rilassa, mi fa pensare al mare, mi fa star bene».

Un’altra curiosità: arrivano in molti a chiederle un lavoro?
«Sì. Purtroppo l’offerta non è sempre di grande qualità e non risponde alle esigenze aziendali. Già che mi trovo voglio dare un consiglio ai ragazzi in cerca di occupazione: interessatevi di più al mondo, viaggiate il più possibile, allargate lo sguardo dopo il diploma o la laurea».

Mai avuto pressioni dai politici?
«Mai. Qualche piccola segnalazione, del tipo, “Ti mando qualcuno per un colloquio, vedi tu”, ma mai imposizioni. E sentendomi un uomo libero mi posso permettere di non avere debiti di riconoscenza con nessuno».

Dante Cianciosi, quale molla la muove veramente?
«Le emozioni. I brividi. Quando sento un brivido, so che quella è l’idea giusta. Il progetto giusto. La persona giusta. Il resto lo fa lo studio e un grande spirito di sacrificio, che non mi è mai mancato anche perché per una gran parte della mia vita certe cose non me le sono potute permettere e ho imparato a fare i conti con oggettive limitazioni».

La sua debolezza? Ammesso che Dante Cianciosi ne abbia una..
«Almeno due. I dolci sono la prima. E poi sono permaloso, lo so…»

La cosa più importante?
«L’amore».

Meglio della stabilità?
«Non voglio la stabilità, rischierei di annoiarmi. Sono sereno se amo, se sperimento la bellezza di amare e essere amato».

Lei è senz’altro un ottimista..
«Sfacciatamente ottimista. Ma sono uno che sa che con l’impegno si ottiene sempre qualcosa. E spesso si ottiene molto». (monica vignale)

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