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A Capodanno e non solo… “chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”

Quante volte ci capita nella vita di dire Sì o No volendo fare il contrario? Sacrifichiamo i nostri bisogni per compiacere gli altri e soddisfare le altrui aspettative. Levando i calici, guardiamo l’Altro negli occhi perché – come notava Maria Zambrano in L’uomo e il divino – “la visione del prossimo è specchio della propria vita; ci vediamo vedendolo. E la visione del simile è necessaria proprio perché l’uomo ha bisogno di vedersi (…)”. E il passaggio necessario è quello di abbandonarsi a se stessi lasciando andar via qualcosa di certo, afferrare il diverso sostando per un po’ nell’incertezza, provando a ritagliarci nel frastuono della festa del 31 dicembre e del 1 gennaio anche lo spazio per una riflessione più raccolta, per un dialogo più intimo e profondo con noi stessi...

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Il 2017 sta per congedarsi dalle nostre vite mentre noi abbiamo già tutto pronto per accogliere il nuovo anno con i festeggiamenti adeguati ai grandi eventi, quelli per cui una volta si arrivava ad evocare persino la protezione di una divinità: così il Capodanno, uno degli antichissimi riti di passaggio ancora oggi resistente allo sviluppo della coscienza collettiva ipertecnologizzata e iperinformatizzata, si rinnova ogni anno e ci rinnova, auspicabilmente, ritmando il nostro percorso di vita, donandoci l’opportunità di rievocare i passaggi più importanti della via battuta dalle nostre tremule certezze, dalle nostre partenze e dai nostri arresti, dalle immagini che fanno della nostra vita un romanzo inedito, oserei dire unico nel suo genere.

Una caratteristica comune alla maggior parte dei nostri romanzi è che, alla fine del capitolo di ogni anno, c’è spesso la tendenza a formulare una sorta di resoconto o un bilancio personale, più o meno approfondito – questo dipenderà dall’autore. Difficile o impossibile sottrarsi al bilancio perché pare vi fosse, già migliaia di anni fa, l’influenza della divinità tutelare del Capodanno, ossia di Giano, il dio bifronte, la divinità che ha dato il nome anche al nostro primo mese dell’anno e che, avendo due facce, una con lo sguardo rivolto al passato, l’altra al futuro, sembrava invitare a formulare i rendiconti annuali da una parte, e a tracciare i nuovi piani operativi per il nuovo anno dall’altra. Qualcosa di quell’antico mitologema sembra permanere ancora nella nostra psiche, in particolare quando tendiamo a formulare i nostri bilanci personali chiusi in rosso, con pendenze, debiti o crediti emotivi, talvolta riportando fedelmente anche la lista degli ingenti carichi di investimento emotivo senza ritorno. Poi guardiamo avanti, ritrovandoci a formulare con una sorta di pensiero magico i propositi per il futuro prossimo.

Ma Giano, in termini psicologici più profondi, ci indica in realtà la possibilità di guardare contemporaneamente dentro e fuori, e di celebrare l’esperienza già conosciuta e vissuta senza dimenticare di ascoltare l’altra parte, quella dei bisogni profondi dell’anima, non ancora vissuti né conosciuti. A Capodanno evochiamo la bidirezionalità dello sguardo di Giano più o meno inconsapevolmente, ad esempio, nel gesto del brindisi, calice contro calice, occhi che incontrano altri occhi, a indicare simbolicamente l’incontro/confronto tra l’Io e il Tu, tra ciò che è in me e che mi è parzialmente noto e ciò che è in te e mi risulta “non ancora noto”; in ultima analisi, il brindisi con i calici tintinnanti e gli occhi che si rispecchiano allude al cambiamento che passa attraverso la relazione con l’Altro e con il mondo. Levando i calici, guardiamo l’Altro negli occhi perché – come notava Maria Zambrano in L’uomo e il divino la visione del prossimo è specchio della propria vita; ci vediamo vedendolo. E la visione del simile è necessaria proprio perché l’uomo ha bisogno di vedersi (…)”.

E nel brindisi di stasera o di domani, a segnare il passaggio tra un “prima” e un “dopo” e tra il “dentro” e il “fuori”, v’è il suono ancestrale dei cristalli, che sostituisce il tintinnio delle campane dei rituali religiosi o esoterici, che avevano la funzione di evocare le divinità protettrici e di scacciare quelle malefiche.


La ritualità ancora oggi presente nei nostri festeggiamenti legati alle fasi di passaggio (il Natale, il Capodanno, l’Epifania ecc.), nonostante lo sviluppo della coscienza collettiva, è una dimostrazione di quanto importante sia per l’inconscio il processo di sviluppo della nostra interiorità: certamente è possibile ripartire e cambiare ogni giorno, ogni settimana, in fondo, ma è al cambio del calendario che questa esigenza di rinnovamento si rivela con maggiore vigore. E i riti svolgono la funzione di rendere questi momenti di passaggio più propizi per un incontro creativo tra la coscienza e ciò che sonnecchia nell’inconsapevolezza.

Quando stapperemo la bottiglia di spumante e brinderemo al nuovo anno questa sera e domani, infatti, avremo la possibilità di ascoltare o leggere qualcosa di inedito o di mai ascoltato prima che proviene dal nostro mondo interiore (“vorrei quest’anno …”, “credo di aver trascurato questo…” ecc.), e quindi di poter riscrivere qualcosa di noi, nuove pagine del nostro romanzo personale; proietteremo in un futuro prossimo immagini gravide di desideri che prefigureranno una nuova visione di noi stessi.
John Lennon in Beautiful boy dedicava al piccolo Sean, suo figlio, questi versi indimenticabili: Life is what happens to you while you’re busy making other plansLa vita è ciò che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti. La nostra anima crea incessantemente noi stessi, ci partorisce incessantemente in un continuo ciclo di immagini. In effetti, i versi di John Lennon sembrano dirci proprio questo: che la nostra vita non si svolge secondo lo script desiderato; non siamo programmati né possiamo auto-programmarci come si fa con l’informatica perché mentre siamo intenti a formulare un progetto, la vita accade e le immagini interiori accadono, al di fuori della portata della coscienza e del suo controllo razionale.

E allora? Cosa si fa? I propositi, come i bilanci, sono sempre pieni di giudizi, si soffermano su ciò che non è andato bene o è mancato, sempre sotto l’occhio critico e controllante del volto di noi stessi rivolto al passato, ossia del tratto più austero e severo di Giano. Questo atteggiamento unilateralizzato dello sguardo di Giano rivolto unicamente al passato ci tende una trappola: imponendoci di guardare indietro con rammarico, ci fa provare ansia per ciò che deve arrivare mettendo a rischio il nostro futuro. Molto spesso ne conseguono evitamento e disimpegno, quindi immobilità, ansia, tristezza.

D’altra parte, verifichiamo anche che i buoni propositi per il nuovo anno beneficiano in genere di una vita breve perché tendenzialmente non riusciamo ad attenerci alle nostre personali linee guida dei cambiamenti e ricadiamo nei soliti abiti, così da sentirci inadeguati e, peggio che mai, incapaci di trasformarci.
Capodanno non deve diventare l’appuntamento con i resoconti del passato né deve consegnarci un decalogo di propositi per il prossimo futuro: dovremmo concentrarci, piuttosto, sulla nostra autenticità, su ciò che favorisce una piena realizzazione di noi stessi. E’ un atteggiamento mentale diverso dall’ingabbiarci in un piano operativo di inizio anno, perché si tratta di riscoprire una sintonizzazione con la nostra anima, con la nostra parte più intima, libera dai dettami delle aspettative altrui e dei “doveri”, sempre pronta invece a mostrarci i nostri più riconditi bisogni, e in ultima analisi, la via per una migliore qualità della vita.

Quante volte ci capita nella vita di dire Sì o No volendo fare il contrario? Sacrifichiamo i nostri bisogni per compiacere gli altri e soddisfare le altrui aspettative.
Vi era la tradizione, ancora oggi resistente in alcune zone d’Italia, di gettare dalla finestra oggetti datati, vecchi mobili ecc.: questa usanza rispondeva ad un bisogno profondo di sbarazzarci di quegli abiti mentali che non sono più utili nel momento attuale, nel punto in cui ci troviamo nel qui e ora. Ancora una volta, il rito ci indica la direzione da intraprendere per il cambiamento, laddove cambiare equivale ad affrontare un passaggio da uno stato interiore ad un altro, da un atteggiamento della coscienza, che va sacrificato, ad un altro nuovo, che va alimentato e curato.

E il passaggio necessario è quello di abbandonarsi a se stessi lasciando andar via qualcosa di certo, afferrare il diverso sostando per un po’ nell’incertezza, provando a ritagliarci nel frastuono della festa del 31 dicembre e del 1 gennaio anche lo spazio per una riflessione più raccolta, per un dialogo più intimo e profondo con noi stessi, magari ricordando il noto monito di Jung che diceva: “In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo per evitare di confrontarsi con la propria anima. Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando alla coscienza l’oscurità interiore. Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”.

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