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Inquinamento, valori abnormi nel mare termolese. Per la Procura prelievi fatti nel punto sbagliato

Dall’ordinanza di sequestro della Procura di Larino arriva la conferma a quanto era emerso nel 2016: nelle acque dell’Adriatico alle spalle del depuratore c’erano valori di Escherichia coli e di azoto decisamente più alti della norma. Secondo il consulente della Procura le analisi dell’Arpa risultavano regolari perchè i reflui non depurati venivano convogliati in un’area successiva a quella prescelta. Ai sindaci e i rispettivi dirigenti contestati i mancati lavori e all’ingegner Caruso la non attivazione dell’impianto di Pantano Basso che sarebbe servito ad alleggerire quello sotto indagine.

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Valori esagerati di batteri delle feci e di azoto sono stati trovati per mesi nelle acque del mare di Termoli per oltre due anni. È quanto sostiene dati alla mano la Procura di Larino nel decreto di sequestro del depuratore del porto. A supportare le parole del Gip c’è la relazione del consulente tecnico che mette in evidenza tutte le presunte responsabilità delle sette persone indagate. Fra loro anche la responsabile dell’Arpa Molise Maria Grazia Cerroni. Secondo il consulente infatti, il punto scelto per i prelievi dell’agenzia regionale per l’ambiente era sbagliato, perché lì non confluivano in realtà i reflui non depurati gettati in mare.

Il 28 gennaio 2016 il consulente tecnico della Procura di Larino, l’ingegner Alessandro Iacucci, esegue due campionamenti al depuratore del porto di Termoli. Il primo lo fa al pozzetto, dove era solita fare i prelievi anche l’Arpa Molise. Il risultato è di un milione di unità formanti colonie per ogni 100 millilitri di escherichia Coli, i classici batteri delle feci. Il limite stabilito dall’Autorizzazione unica ambientale entrata in vigore solo due mesi prima è di 5mila unità formanti colonie ogni 100 ml. Il secondo prelievo è fatto in corrispondenza del punto di rottura della condotta, la famosa tubatura rotta per mesi e rimessa in sesto non si sa bene come – dato il successivo guasto di poche settimane fa – soltanto dopo mesi di sversamenti in mare. Il prelievo dà come risultato 246mila Ufc per 100 ml. Anche qui il valore limite di 5mila è ampiamente superato.

Un valore limite che era stato enormemente ampliato solo due mesi prima, il 16 novembre del 2015, quand’era passato da cinquecento a 5mila su disposizione dell’autorizzazione unica ambientale. Ma anche prima di quella data i prelievi del consulente tecnico della Procura avevano mostrato valori abnormi e una carica microbiologica superiore al consentito. Il 14 settembre di due anni fa infatti il risultato dell’escherichia coli era stato di 225mila Ufc per 100 ml. Con i vecchi parametri, una carica 450 volte superiore al limite. Il sopralluogo del 14 giugno 2016 invece evidenziava «l’esistenza di un odore molesto e valori superiori ai limiti per richiesta biochimica di ossigeno, azoto ammoniacale, azoto totale ed escherichia coli».

Nella consulenza fornita alla pm Ilaria Toncini, l’ingegner Iacucci spiega inoltre che «le analisi effettuate al pozzetto dall’Arpa negli anni 2014 e 2015 risultavano regolari in quanto il pozzetto di ispezione è collocato prima della vasca di accumulo». Per questo motivo quindi «il campione riguardava solo le acque depurate e non quelle non depurate che attraverso i due by pass finiscono nella vasca di accumulo e direttamente in mare». E allora perché le analisi del 2016 trovano valori anomali anche nel pozzetto? Il consulente non ne ha certezza, tuttavia ipotizza che la motivazione sia dovuta al fatto che «dopo l’intervento alla fine del 2015 della polizia giudiziaria (Capitaneria di porto e Carabinieri del Noe, ndr) la società che gestisce l’impianto ha fatto confluire nell’impianto di depurazione anche i reflui che prima passavano per i bypass». Questo avrebbe comportato «la totale perdita di capacità depurativa dell’impianto».

Che l’impianto non depurasse a dovere, come segnalato anche da un report dei controllori del Cosib solo pochi mesi fa, era cosa nota anche alla Procura. «È un impianto a ossidazione a biorulli, vetusto e mai sottoposto a manutenzione. Da tempo non è in grado di svolgere la corretta depurazione dei reflui. Sotto il profilo del funzionamento, la sezione di ossidazione è prima di un biorullo dei sei previsti nel progetto».

E poi ci sono quei “maledetti” bypass. «Secondo la logica del progetto dovevano entrare un funzione solo nei casi di disfunzione temporanea delle sezioni» scrive il Gip Elena Quaranta. La realtà è stata completamente diversa, anche a causa dell’aumento delle utenze da servire che secondo il consulente risale all’anno 2012. Tutto questo, assieme ai problemi gestionali, ha comportato un uso distorto dei bypass, divenuti strumento per «versare nel mare Adriatico tutte le portate eccedente non scaricate in modo autonomo ma, senza essere depurate, reimmesse nel circuito dell’impianto nella vasca di accumulo». Lì, assieme alla porzione di reflui depurati, scaricate in mare a 1800 metri di distanza dalla costa. E di questo malsano utilizzo dei bypass Comune e Crea erano a conoscenza da anni, visto che la Procura cita due note dell’Arpa, rispettivamente del 2 agosto 2002 e 16 marzo 2011.

Sebbene il quadro fosse già abbastanza grave, a far precipitare la situazione c’è stata la ormai nota rottura della condotta. Il 10 aprile 2015 la Crea comunica il guasto (ma la cosa emerge molto più tardi) e dopo gli accertamenti informa che la tubatura sottomarina è inibita e di doverne utilizzare un’altra, la quale però scarica a solo 250 metri dalla costa. Per l’ingegner Iacucci «se lo scarico non è depurato sotto il profilo chimico e batteriologico, scaricare in prossimità della costa costituisce problema sanitario specialmente nei luoghi costieri di attività balneari per contaminazione microbiologica». Per quanto riguarda i guai della Crea, azienda che vede fra i suoi dipendenti gli indagati Emanuele Blasetti e Paolo Santini, il consulente contesta anche gli acquisti di sostanze usate per disinfettare le acque scaricate a mare. Per Iacucci sarebbero stati circa la metà di quanto la ditta avrebbe dovuto comprare. Fatti datati che riemergono d’attualità, vista la nuova rottura della condotta che il Gip fa ricadere nel novembre 2017.

Per tutti questi motivi ai sette indagati vengono contestati in concorso i reati di getto indiscriminato di cose e inquinamento ambientale. Ai due sindaci, l’attuale Angelo Sbrocca e il precedente Antonio Di Brino, devono risponde anche di rifiuto e omissione in atti d’ufficio al pari dei loro dirigenti ai Lavori pubblici, Matteo Caruso nel 2015 e Silvestro Belpulsi nel quadriennio di Di Brino. A Caruso la Procura contesta anche la mancata assegnazione definitiva dei lavori di realizzazione dell’impianto di sollevamento verso il depuratore di Pantano Basso. Nelle intenzioni l’opera avrebbe dovuto alleggerire l’impianto del porto, ma l’Amministrazione Sbrocca la bloccò reputandola insufficiente. Anche questo andrà spiegato adesso alla magistratura. (sdl)

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