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La Carrese mutilata e i silenzi. “Popolo di buoi o popolo bue?”

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione controcorrente sulla secolare tradizione della Corsa dei carri trainati dai buoi da un giovane cittadino di San Martino in Pensilis, Jacopo Santoro.

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Due anni fa scrissi un breve racconto di finzione, nel quale immaginavo che gli uomini defunti potessero scegliere di tornare sulla terra, benché invisibili ai vivi, per un solo giorno. È facile pronosticare in quale data permettessi a due sammartinesi di ripercorrere la strada che dal loro cimitero conduce a quella che era stata anche la loro chiesa: naturalmente, il 30 di aprile. Che è l’alfa e l’omega, per un uomo o una donna nati e vissuti su quelle pendici. Che è il vero Capodanno. Che è – per fortuna o per sfortuna – il solo pensiero, bisogno, respiro. Che è l’unica certezza possibile, come il tuorlo nell’uovo. O che era, forse, l’unica certezza possibile. Perché esistono anche uova senza tuorlo.

Quel racconto scaturiva dall’esigenza di immortalare tutta l’amarezza che permeava San Martino in Pensilis il 30 aprile del 2015: l’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali) aveva raggiunto il suo obiettivo, bloccando la Carrese di quell’anno a causa di presunti maltrattamenti agli animali. A nulla era valsa, come previsto, la simbolica e imponente fiaccolata del 26 di quel mese, che radunava anche le altre due comunità colpite (Ururi e Portocannone). A nulla valsero lo scoramento e le lacrime. Alla fine di quel racconto di finzione, i due protagonisti della mia storia tornavano mestamente ai propri sepolcri, nella convinzione che la Carrese fosse qualcosa di inestinguibile, di imperituro, coniando l’espressione “correremo il 31 di aprile”. Che è un giorno che non esiste, ma che è come un luogo, un’alcova, in cui la memoria millenaria di questa tradizione sarebbe rimasta intatta e inviolata.

Nel 2016 si era giunti a un accordo, solo temporaneo, firmando un disciplinare di gara: la corsa era tornata a svolgersi, con piccole modifiche che tutelavano maggiormente gli animali, e nello specifico i buoi. Tuttavia, già nell’estate dello scorso anno, grossi e minacciosi nuvoloni sovrastavano lo sviluppo consueto della Corsa dei Carri. Che il 30 aprile 2017 si svolgerà – ormai è sicuro – per metà percorso. Le incertezze di quest’anno riguardavano l’utilizzo di cavalli di razza purosangue inglese fuori dagli impianti autorizzati (secondo un’ordinanza del Ministero della Salute), nonché il solito problema della strada asfaltata, non adatta agli zoccoli degli animali.

Non analizzeremo in questa sede, nel dettaglio, i vari ostacoli legati alle leggi e il loro eventuale superamento. Ma è lampante che una corsa dei carri così “mutilata” nel suo percorso originario sarebbe uno stupro. Un insulto alla storia, al folklore, alle strade, alla terra, agli antenati stessi dei sammartinesi. Vien da chiedersi se sarà la Carrese di San Martino in Pensilis o di Campomarino, considerando che questa prima metà del percorso, lunga quattro chilometri, si estende interamente nel territorio del comune limitrofo, da un punto di vista geografico.
Vien da chiedersi se abbia senso, con l’avallo delle associazioni carristiche e col sorprendente silenzio delle istituzioni ecclesiastiche, stravolgere e snaturare una tradizione che vede il suo logico e atavico percorso nel pellegrinaggio, poi corsa, che va dai luoghi del ritrovamento delle ossa di San Leo alla chiesa principale del paese.

La Carrese non è (solo) una gara di velocità, non è una ricerca cieca di un record: vi immaginate, in caso di arrivo dei carri appaiati, dover ricorrere al fotofinish, quando il traguardo è sempre stato il passaggio sotto l’arco che conduce alle scale della chiesa, laddove vi entra un solo carro? La Carrese non è intrattenimento, sfizio: se è diventata questo, anzi, è bene che non abbia più luogo, e che rimanga solo il ricordo, forte e indelebile, di ciò che autenticamente è stata. La Carrese non è – o almeno non dovrebbe essere – area e materia di intrighi politici; quella stessa politica che nei decenni passati avrebbe dovuto tutelare una manifestazione così pregna di storia e di bellezza con una legge che custodisse per sempre il suo fascino misterioso e che ne autorizzasse lo svolgimento senza intoppi (un po’ come accade a Siena, col celebre Palio).

La Carrese non è un’esibizione artistica che, in caso di pioggia, si procrastina di due settimane. Perché così sarà, in caso di acquazzone: corsa spostata a domenica 14 maggio. Si corre il 30 aprile perché quella data è simbolo del risveglio totale della natura, dell’esplosione della primavera (come il canto stesso della Carrese rivela), e perché dopo quarantotto ore, il 2 di maggio, è il giorno di San Leo, con il carro vincitore che ha l’onore e l’onere di trasportare nella santa processione le sue preziose reliquie: vi immaginate un bel diluvio il 30 aprile, la Carrese rimandata, la festività patronale che però si svolge normalmente e, dopo una dozzina di giorni, ecco all’improvviso la corsa? Quale carro porterebbe le ossa del santo in processione? È come se si festeggiasse la Liberazione d’Italia il 5 maggio invece che il 25 aprile. Ma se l’Italia è stata definitivamente liberata in quel giorno del calendario, che senso avrebbe ritardarne la commemorazione, alterandone così il significato?

Più che un popolo pieno di buoi, e amante di questi rari ed eleganti animali, il pericolo è che la comunità sammartinese possa tristemente trasformarsi in un infelice “popolo bue”.

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