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La mafia nel centro storico: in via Santa Cristina la casa di un affiliato alla Sacra Corona unita

L’abitazione di salita Santa Cristina è stata sequestrata tredici anni fa ad un affiliato della malavita pugliese, un insospettabile operaio foggiano che viveva nel centro storico di Campobasso. La casa ora è di proprietà del Comune. Libera incalza: «Spingeremo l’amministrazione per il bando pubblico: questo bene può essere assegnato ad associazioni per fini sociali». Intanto nella nostra regione sono stati confiscati alle mafie pure terreni agricoli a Cantalupo e un appartamento a Campomarino.

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Viveva nel cuore di Campobasso, tra le viuzze strette e piene di gradini del centro storico. Una vita in apparenza normale: di giorno era un semplice operaio, di notte prestava la sua attività alla malavita.
Nessuno poteva immaginare che in un angolo di salita Santa Cristina abitava con la sua famiglia un affiliato al clan della Sacra Corona Unita. Venne scoperto tredici anni fa, quando alcuni esponenti della malavita foggiana furono condannati per traffico di droga e per un giro di prostituzione. A loro vennero confiscati dei beni. Tra questi anche l’appartamento di salita Santa Cristina.

Libera Molise ne ha fatto uno dei luoghi simbolo della lotta alla criminalità organizzata e qui ha organizzato un sit in nell’ambito della XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Una manifestazione iniziata questa mattina con il corteo degli studenti e scandita dalla lettura dei nomi delle persone uccise dalla criminalità. Come il giovane carabiniere Elio Di Mella, ammazzato dalla Nuova Camorra Organizzata, e Lea Garofalo, la pentita sciolta nell’acido dalla ‘ndrangheta e che un periodo ha vissuto proprio nel centro storico di Campobasso. Quest’anno sono stati inseriti anche quelli dei migranti sfruttati e morti nei campi.

«Nessuno poteva pensare che quell’operaio fosse un affiliato della Sacra Corona Unita», ricorda il coordinatore regionale di Libera Molise, il professore Franco Novelli. Una persona in apparenza umile, dunque, una famiglia semplice, come tante altre. In realtà, nascondeva un segreto ingombrante: la vicinanza alla pericolosa organizzazione criminale pugliese.
Quella casa, dopo essere stata sequestrata, attraverso l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati è passata alla Prefettura e sei anni fa al Comune di Campobasso. Dovrebbe essere ristrutturata per poter perseguire gli obiettivi sociali e i valori propri di Libera, ma al momento è tutto fermo per mancanza di fondi dell’amministrazione Battista.

Dopo la visita in Molise di Davide Pati dell’Ufficio nazionale beni confiscati di Libera, qualcosa si è cominciato a muovere. «Libera darà le necessarie indicazioni di legge per trovare i fondi europei per mettere in sicurezza l’appartamento, non solo il piano abitativo ma anche il sottoscala. Poi – spiega ancora Novelli – spingeremo il Comune per il bando pubblico affinché questo bene possa essere assegnato a cooperative e associazioni e valorizzato per fini sociali. Proposte ce ne sono tante, a me piacerebbe che diventasse un luogo di incontro dedicato alle donne e a coloro che sono emigrate in Italia, sarebbe un bel luogo di scambio di esperienze culturali. Già abbiamo preso contatti in tal senso con il sindaco Antonio Battista e le assessore alla Cultura, alle Politiche sociali e all’Urbanistica (Emma de Capoa, Alessandra Salvatore e Bibiana Chierchia, ndr)».


Non è l’unico bene confiscato alla mafia: in Molise ce ne sono tre in totale. «All’abitazione di salita Santa Cristina – spiega la professoressa Isabella Astorri – si sono aggiunti alcuni terreni agricoli confiscati alla camorra a Cantalupo del Sannio e un appartamento a Campomarino, confiscato alla Sacra Corona Unita. A Cantalupo si potrebbe sviluppare il progetto ‘Libera terra’ che consente a cooperative di giovani di coltivare terre che sono state sequestrate alla mafia. In tutta Italia ce ne sono più di 400».
Terreni dunque che potrebbero essere un’occasione di lavoro pulito per i ragazzi molisani. Un po’ come avvenuto a Quindici, in provincia di Avellino, dove una villa bunker sequestrata ai Casalesi è diventata un maglificio. Un miracolo in una terra soffocata dalla criminalità.

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