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Il dolore delle lacrime e la speranza. In ricordo di un amico: don Ulisse Marinucci

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C’è un Midrash (un racconto ebraico) che narra la morte di Rachele, moglie del patriarca Giacobbe. Dopo il parto di Beniamino e Giuseppe, Rachele si sente male e muore. Fu un grande lutto per tutta la tribù. Giacobbe volendo onorare la moglie decide di seppellirla nella grotta a Macpela, il sepolcro di Abramo, Sara e Rebecca.

Nella notte Giacobbe fa un sogno in cui Rachele gli dice: “Non seppellirmi nella grotta dove sono sepolti i tuoi padri: mi devi seppellire qui, in questo luogo, sulla strada di Betlemme”. Ma perché lungo la strada, rispose Giacobbe. Perché, dice Rachele, posso consolare i figli che tornano dall’esilio lungo la strada.

Il Midrash alla fine fa dire a Rachele: “A gran voce piangerò e griderò e di nuovo piangerò fino a che la mia preghiera non arriverà al cospetto del Santo, sia Egli sempre benedetto; e lui ascolterà la mia preghiera e mi dirà: Trattieni il pianto e asciuga le lacrime… i tuoi figli torneranno entro i loro confini”.

L’immagine di Rachele che piange è stata ripresa dal Vescovo De Luca durante i funerali di don Ulisse con queste parole: la nostra Chiesa piange don Ulisse e non vuole essere consolata, perché, qui su questa terra, non lo avrà più tra i suoi presbiteri, tra i suoi figli”. Il dolore della Chiesa è il dolore dell’intera comunità ecclesiale. Dinanzi a questa morte non è facile accogliere la consolazione, per la famiglia di sangue di Ulisse, la famiglia diocesana e la famiglia parrocchiale, parole o gesti di consolazione, sono sempre inadeguati, incapaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore, al bene, al bello al vero che don Ulisse nei suoi anni migliori ha saputo diffondere e vivere.

In Rachele vi è la madre Chiesa in lacrime, vi è la Chiesa dei poveri e dei piccoli, la Chiesa dei sacerdoti e dei religiosi, la Chiesa dei catechisti, la Chiesa dei bambini e dei giovani, la Chiesa degli ammalati e di quanti evangelizzano, la Chiesa in lacrime che piange una perdita irreparabile. È la Chiesa pienamente umana che sa piangere e consolare, sa tacere e parlare, accompagnare e prende atto della della propria impotenza e della propria finitezza. Uno dei suoi figli più giovani è morto, non è più tra di noi. Però questa chiesa Madre sa anche bene che Ulisse non è più su questa terra è lì in cielo al cospetto dell’Altissimo a cantare e lodare la santità e l’amore dell’Eterno.

Il vescovo De Luca ha detto bene quando ha sottolineato la dimensione umana e fragile di noi uomini di Chiesa: C’è dunque un pianto inconsolabile che va sciolto e rispettato in quanto tale, senza aggiunte ulteriori, c’è una ferita che va custodita nel proprio cuore come preziosa, perché esperienza di una umanità fragile e impotente. Forse proprio questo pianto e questa ferita se vissuti seriamente possono aprire alla fede e alla compagnia di Gesù Cristo”.
Don Ulisse si è addormentato e non si sveglierà più se non alla fine dei tempi quando Cristo verrà a risvegliarci dal sonno della morte donandoci il bacio dell’eternità in Lui.

Lo voglio ri-cordare (richiamare alla mente e al cuore) come un amico, un fratello discreto, amante del bello e della sobrietà, e di tante altre belle virtù. Rachele piange, dice il profeta Geremia, ma poi aggiunge parole di speranza: “Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore –: essi torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza – oracolo del Signore –: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra” (Ger 31,16-17). La speranza per noi cristiani è nel Cristo risorto! È una certezza, per cui vale la pena spendersi come sacerdote e donare la vita fino alla fine. Quel sepolcro vuoto a Gerusalemme ci dice che la vita risorta è più forte della morte e che dal dolore delle lacrime nasce e cresce la speranza della vita in Dio. Il canto del Te Deum, che don Ulisse si preparava a recitare la sera del 31 dicembre, si conclude con queste parole: Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”.

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