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Il Vescovo della speranza

Intervista a monsignor Tommaso Valentinetti nel quinto anniversario della sua nomina a vescovo di Termoli-Larino. A pochi giorni della Pasqua una riflessione sui problemi del territorio, il lavoro, i giovani, il terremoto.

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E’ vescovo della diocesi di Termoli-Larino da cinque anni. Tommaso Valentinetti, nato a Ortona 53 anni fa, è anche presidente della sezione italiana di Pax Christi e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Abruzzese – Molisana. Ci riceve in Episcopio con un sorriso e una stretta di mano, e risponde a tutte le nostre domande. Comprese le curiosità.
 
Monsignor Valentinetti, il 25 marzo prossimo sarà il quinto anniversario del suo insediamento nella diocesi di Termoli-Larino. Quando arrivò, cosa pensava di trovare?
In verità non avevo grandi aspettative, perchè essendo abruzzese e avendo conosciuto i miei due predecessori (Monsignor Ruppi e Monsignor D’Ambrosio) e tanti sacerdoti e giovani presbiteri a cui avevo fatto scuola, era come se la Diocesi di Termoli-Larino la conoscessi da sempre. Non pensavo di trovare una realtà diversa da quella che ho trovato. Una realtà molto semplice, molto bella e con una religiosità forte. L’Abruzzo e il Molise non sono molto diversi fra di loro.
 
Nessuna sorpresa quindi? Qualcosa che non si aspettava?
No, assolutamente no.
 
C’è qualcosa che ricorda con particolare  affetto di questi suoi anni in Molise?
Più che una cosa in particolare, ci sono stati tanti momenti molto belli nella vita della diocesi. Prima di tutto aver incontrato un buon gruppo di presbiteri, e aver fatto subito alcune ordinazioni sacerdotali, avviate già dai miei predecessori. Aver instaurato dall’inizio un buon rapporto con le associazioni e i movimenti, e anche con tutto il popolo di Dio che vive su questo territorio.
 
E la cosa più brutta?
Certamente quando mi è stato comunicato che c’era stato il terremoto, che avevo sentito anch’io, e che sotto la scuola di San Giuliano c’erano 50 bambini, alcuni dei quali sono stati tratti in salvo vivi mentre molti altri, purtroppo, sono morti. Questa è stata la notizia più brutta che ha colpito la mia vita di presbitero e di vescovo.
 
E’ stato anche il momento più difficile?
Quello è venuto anche dopo, durante i giorni del post terremoto, quando abbiamo dovuto lavorare e cercare di rimettere in ordine ciò che il terremoto aveva scombinato. E’ stato un momento molto complesso che credo duri ancora, e che porta con sé molte fatiche e molte difficoltà.
 
Parliamo di Termoli. Questa città è un posto dove ancora, nei discorsi e nelle celebrazioni, si fanno riferimenti continui a valori e tradizioni. Ma la vita reale corrisponde sempre meno a questa immagine. Lei è d’accordo?
Un tessuto sociale non ricorda il passato se non proprio perchè ne ha nostalgia. Le tradizioni religiose che hanno fatto parte del tessuto di questo popolo sono belle e interessanti. Certamente non possono essere vissute nella maniera in cui erano vissute molti anni fa, perché la società è completamente cambiata. Ma il fatto che si desideri e si pensi a questo tempo anche con nostalgia, forse è il segnale di una ricerca di verità e di impegno. Credo che questo sia un cammino che si debba percorrere, ma l’importante è ridare contenuti, non fermarsi all’esteriorità ma riscoprire con un volto nuovo e una capacità nuova tutto quello che di bello e di saggio è stato fatto fino ad adesso.
 
Ha idea di quante sono le persone che abitualmente frequentano la Chiesa nella diocesi? Sono tante o sono poche?
Le statistiche sono sempre molto difficili da fare, e la stessa Bibbia ci mette sempre in guardia dal contare. Sono tante o sono poche? Non saprei dire. Certo siamo nella media nazionale della frequenza ai sacramenti e alle  liturgie domenicali. Nè più né meno, intorno al 20%, forse qualche linea in meno. Ma il problema non è questo. È capire con che spirito si vive la partecipazione liturgica e la partecipazione all’interno della comunità parrocchiale. E’ necessario ricercare l’autenticità. Venire in chiesa significa abbeverarsi a una fonte che deve diventare una fontana d’acqua viva per gli altri. Questo è il cammino che devono fare i credenti.
 
Quali sono a suo giudizio i problemi più urgenti di questa città?
I problemi sono tanti. Certamente quello che in questo momento balza agli occhi è la necessità di assicurare una continuità di lavoro o una possibilità di lavoro a tanti giovani. E voglio sottolineare che questo territorio, sostanzialmente integro e con un’aria ancora molto pulita, è una grande potenzialità per dare risposte a chi cerca lavoro. Penso all’agricoltura, allo sforzo di ritornare alla terra con impegno, e a un turismo che sia anche un turismo di qualità, non di massa e basta. Quello del lavoro è veramente il problema più urgente da affrontare. Bisogna impegnarsi molto per creare le premesse necessarie affinché i giovani restino sul territorio. Se noi favoriremo questo, eviteremo la fuga delle menti, cosa che in Molise purtroppo è già accaduta in passato.
 
Che consiglio darebbe ai giovani che non riescono a trovare lavoro, e che sono costretti ad andare via?
Ai giovani non so offrire una ricetta, ma certamente chiederei il coraggio di resistere, di trovare forme nuove di lavoro, di inventare quello che c’è da inventare pur di rimanere sul territorio. Capisco che sto facendo affermazioni che hanno bisogno di un confronto pratico, concreto. Ma faccio appello alla forza, alla collaborazione, allo sforzo di mettersi insieme per creare qualcosa di bello. Non è facile ma bisogna avere il coraggio di studiare le possibilità che ci sono.
 
Lei è un attento lettore di giornali: che rapporto ha con la stampa molisana? Ha qualcosa da rimproverarci?
Credo che si sia instaurato un buon rapporto con la stampa locale e spero che possa crescere e migliorare. Non ho rimproveri specifici, ma un’esortazione sì: approfondire di più gli argomenti, andare alla radice, anche se questo a volte non produce la curiosità dei lettori. Mi rendo conto che è un lavoro difficile in un’epoca in cui si legge poco e con fatica. Ma è uno sforzo che bisogna fare, e voi giornalisti, che siete nelle condizioni di poterlo fare, ci dovete provare, perché anche da voi dipende la crescita culturale.
 
C’è un problema o una particolare situazione che secondo lei meriterebbe da parte di tutti – politici, giornalisti, associazioni – un’attenzione che invece non ha?
Io credo che una maggiore attenzione meritino i paesini piccoli, che si stanno spopolando sempre di più. In particolare quelli che hanno vissuto la triste vicenda del terremoto. Ci sono situazioni di ricostruzione che devono essere messe in gioco al più presto. Qualcosa si sta facendo, ma c’è bisogno di un maggiore impegno e di una maggiore celerità da parte di tutti. Altrimenti i problemi si accavallano e diventano sempre più grandi e difficili da districare. Questo è un problema da affrontare con più attenzione.
 
Che rapporti ha con la classe politica della sua diocesi? Come la giudica?
C’è un rapporto di reciproca stima e rispetto in cui ognuno svolge il proprio servizio. Non spetta a me dare giudizi che altrimenti creerebbero idee sbagliate. Chi giudica è il cittadino nell’urna, è li che la politica viene giudicata in maniera inequivocabile. A noi spetta avere un rapporto con tutti anche da un punto di vista umano, perchè io sono il vescovo di tutti e quindi anche di tutti i politici, almeno di quelli che si riconoscono credenti. Il mio compito è aiutare tutti a credere, e aiutare chi crede a calare nella realtà politica i principi evangelici.
 
Qualche volta i politici vengono a chiederle consiglio?
Non ho mai avuto richieste di consigli da parte di politici, almeno non nel senso stretto del termine.
 
Tra qualche giorno è Pasqua. Se dovesse scegliere un luogo simbolo della Diocesi dove celebrare la messa della risurrezione, dove la celebrerebbe?
Il posto più significativo in cui il vescovo celebra la messa di Pasqua è la Cattedrale. Io quest’anno celebrerò la messa di Pasqua in Cattedrale la sera. Ma il luogo simbolo dev’essere anche quello in cui vive la gente, e allora, così com’è successo nella notte di Natale 2002 quando sono andato a celebrare a San Giuliano, è giusto che il vescovo sia dovunque c’è una situazione difficile e dove ci sono credenti. La notte di Pasqua sarò nella chiesa di San Francesco, perché lì ci sono adulti che ricevono il battesimo e rinnovano questo rito antico e importante.
 
Ci racconti come si svolge una giornata tipo del vescovo di questa diocesi
La mia giornata è molto semplice. Mi alzo al mattino molto presto per dedicare uno spazio necessario alla preghiera e alla riflessione e per un po’ di lavoro di scrivania. Quando non ho impegni di celebrazioni, celebro nella piccola chiesa di Sant’Anna, qui sotto l’Episcopio. Preferisco non celebrare da solo, perché l’eucaristia è per il popolo di Dio. Poi ci sono gli incontri con i presbiteri, con la gente, con i direttori degli uffici pastorali, che si svolgono nella Curia in piazza Sant’Antonio o qui in casa (l’Episcopio di piazza Cattedrale, ndr). Pranzo normalmente, come tutti i comuni mortali,  poi in genere di nuovo al lavoro con la catechesi e gli incontri nelle parrocchie, con i gruppi e le associazioni.  In serata un momento di preghiera conclusivo e poi riposo. Spesso sono portato ad andare fuori  per conferenza e incontri in relazione alla presidenza di Pax Christi, ma cercherò di limitare le uscite per stare di più nella diocesi.
 
Qualche volta di lei si è detto che è un “vescovo di sinistra”. Le danno fastidio queste etichettature, o è indifferente?
Io non devo dire molto a questo proposito. Essere etichettato come uomo di sinistra o come uomo di destra dipende dalla lettura che ognuno fa di alcune scelte e di alcune situazioni che le persone vivono, particolarmente quando ci si riferisce a un vescovo che è un uomo pubblico e non privato. Ma io credo che dal confronto tra quello che di buono c’è fra tutte le realtà umane, di destra, sinistra o di centro che siano, possa venir fuori il bene comune. Il problema è che noi oggi abbiamo una carenza di bene comune, e andiamo avanti per contrapposizioni, anche personali. La politica invece non dovrebbe procedere per contrapposizioni personali, ma per confronto di idee. Quello che in questi anni io mi sono sforzato di fare è stato annunciare il Vangelo, nel rispetto di una laicità della politica ma anche di una cultura che deve incarnare il Vangelo. Poi le letture che si danno possono essere diverse…
 
C’è stato un momento in cui ha desiderato non essere Vescovo e poter dire le cose che pensava?
Mi sono sempre sforzato in questi anni di dire quello che pensavo. Non mi sono mai posto nella condizione di scegliere tra questo si può dire  e quello non si può dire. Anche perché nel momento in cui uno è vescovo, è difficile che possa pensare di non esserlo. Non è possibile.
 
A suo avviso questo territorio è preparato per accogliere gli extracomunitari?
Gli extracomunitari non si fermano su questa terra, sono solo di passaggio, e questa è anche la nostra esperienza come Caritas diocesana. Non so se culturalmente abbiamo le capacità per accogliere gli extracomunitari, credo però che ci siano belle risorse umane e capacità caritative che ci portano a guardare a tanti fratelli e tante sorelle che approdano nel territorio con occhio buono. Mi riferisco per esempio alla mensa della Caritas e all’ambulatorio, dove arrivano persone dai paesi dell’est europeo e del sud del mondo. Credo che anche su questo bisogna crescere come educazione, educazione alla mondialità e all’accoglienza. Le chiusure non hanno mai portato niente di buono e il rifiuto dei cosiddetti corpi estranei non aiuta la stima e la conoscenza reciproca. Il mondo di oggi ha invece bisogno di stima e conoscenza reciproca. Non è con il rifiuto che si può creare un confronto.
 
Non ritiene che a volte anche le Istituzioni deleghino un po’ troppo il mondo del volontariato a fronteggiare emergenze di povertà e di disagio?
Sono d’accordo su questo. A noi spetta dare segnali, e certamente non ci tireremo indietro. Poi spetta alle istituzioni farsi carico di una risoluzione di certi problemi. Quando abbiamo promosso il progetto per il microcredito a San Giuliano e Colletorto, una persona che ricopre un ruolo istituzionale molto alto, mi ha detto ‘Noi la ringraziamo perché ci state dando degli insegnamenti’. Ecco, il nostro ruolo è questo, poi dipende dalle istituzioni raccogliere i segnali e portarli avanti.
 
Ultimamente si è parlato molto dell’allarme leucemie e tumori. Lei è sicuramente un referente per il dolore delle famiglie ed è sempre stato molto sensibile a questa tematica. Come si può fronteggiare il dolore? Cosa pensa che sarebbe necessario fare?
Tutte le malattie, quando sono gravi e conducono alla morte, pongono interrogativi. Certamente questo territorio, che può avere alcuni aspetti che possono indurre a pensare che ci siano concause in grado di favorire la crescita di malattie, pone delle domande. Non ho soluzioni, non sono un esperto, ma pongo il problema di un maggiore approfondimento. Di uno studio serio, non di uno studio di parte, superficiale. Di uno studio scientifico che invece possa rispettare gli individui e le persone. È un percorso certamente lungo ma va fatto. E su questo, secondo me, bisogna lavorare di più.
 
Qualche settimana fa a Termoli è stata inaugurata la sede del Movimento per la Vita. La problematica legata alla procreazione assistita è molto attuale, e la petizione organizzata in città per raccogliere firme in favore di un referendum abrogativo della recente legge ha avuto molto seguito. Lei che consiglio darebbe alle coppie che non possono avere un figlio?
La vita è un mistero. Può avere anche dei meccanismi scientifici che la possono spiegare nel suo processo di evoluzione, ma nessuno mai potrà dire perché la vita nasce e finisce. La vita non ci appartiene, è un dono che Dio ha nelle sue mani, e solo se ci mettiamo dentro questo mistero credo sia possibile comprendere la vita in quanto tale. Io non sono mai propenso a dare consigli, ma a chi vive il desiderio di una vita la prima cosa che dico – ed è una verità su cui invito a riflettere – è contemplate il mistero della vita. La vita va contemplata,  accolta e rispettata in tutte le sue realtà e manifestazioni. Ma per poter comprendere questa verità bisogna fare un cammino, non ci sono solo dogmi da rispettare o leggi, ma un cammino.
 
Se potesse regalare un libro a tutti gli abitanti della diocesi, quale libro regalerebbe, oltre al Vangelo naturalmente?
Mi viene in mente un volumetto che proprio in questi giorni ho avuto tra le mani. Si intitola ‘L’uomo che cammina’, è un opuscolo di poche pagine di un autore che si chiama Christian Bobin (l’autore di “Francesco e l’infinitamente piccolo”, ndr) che parla di Gesù senza nominarlo mai. Un racconto fatto da quattro persone che lo incontrano e che si pongono la domanda: chi è quest’uomo? Proprio perché Gesù ci accompagna anche quando non ce ne accorgiamo.
 
Le piacerebbe fermarsi a Termoli per sempre?
L’idea di stare qui per sempre non mi dispiacerebbe, anzi. Ma è legato a un mistero di obbedienza, per cui sono a disposizione della Chiesa. Non ho preferenza, ma per ora sto a Termoli, sto bene, e mi piacerebbe restare qua.
 
Ci parli un po’ della speranza, che oggi è così difficile…
Viviamo in un’epoca in cui la speranza sembra il grande assente, perché intorno a noi leggiamo molte volte segni di morte e non di vita. Però dobbiamo custodire nel cuore sempre la speranza, che fondamentalmente è l’aprirci al domani e l’aprirci al futuro, e credere  che il futuro sia senza dubbio più bello di quello che abbiamo vissuto oggi. Noi camminiamo verso un cielo nuovo e una terra nuova, dove avranno stabile dimora la giustizia, la pace e l’amore. Ma questa terra nuova ha bisogno di uomini nuovi, che incarnino questa novità. E questa novità, da che mondo è mondo, si chiama amore. Quando l’uomo scopre nel suo cuore la potenzialità dell’amore, quello è il momento in cui scopre anche la speranza. Capisco che questo è un discorso di fede fatto da un uomo di fede, ma è veramente il cammino della speranza che sgorga nella vita delle persone. Quando ho celebrato i funerali dei bambini di San Giuliano, e quelli dei tre giovani di Larino morti in un terribile incidente stradale, negli occhi dei genitori e dei parenti si scorgeva un velo di speranza, pur nel grande dolore e nella tragedia immensa. Una speranza data da un momento di fede, di preghiera e di solidarietà. Ecco, da questa capacità di piccoli gesti nasce la speranza nel cuore di ogni uomo, non tanto fatta di parole quanto di concretezza. Prendersi per mano e camminare insieme. La speranza è questa.
 
Grazie, monsignor Valentinetti, per il suo tempo e soprattutto per le sue parole

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