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Ulisse Di Giacomo, da falco a colomba per riscattare se stesso e il Molise. A sua insaputa

Dalle 9 e 30 di domani la Giunta delle Elezioni discuterà della decadenza del senatore Silvio Berlusconi che dopo la condanna a 4 anni per frode fiscale deve essere interdetto dai pubblici uffici, e quindi anche da Palazzo Madama, in virtù del decreto sulle Liste pulite. La stessa legge, contestata dal Cavaliere che nonostante le promesse ha optato per lo scranno assegnato all’ex coordinatore del Pdl Molise, è stata già applicata per Michele Iorio e Marcello Miniscalco. L’avvocato Di Pardo, già legale del governatore Paolo Frattura, sarà nella Capitale per difendere il senatore “scippato”: “Non è una questione politica ma di far rispettare un principio, cioè che la legge è uguale per tutti”

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Promesse non mantenute, seggio scippato, elezioni perse, divorzio da Michele Iorio, dimissioni “forzate” dal Pdl. Quello di Ulisse Di Giacomo è stato un “annus horribilis”, costellato da avvenimenti politici spiacevoli. Ecco perché, alla vigilia della discussione nella giunta delle Elezioni (che venerdì 4 ottobre, ore 9 e 30, inizierà a discutere della decadenza del senatore Silvio Berlusconi il quale ha optato per lo scranno parlamentare molisano), quello del medico di Carovilli somiglia più che altro a un riscatto.
Suo certamente, che oggi si ribella al grande capo di Arcore dopo aver molto servito e averne passate di tutti i colori. Ma, a sua insaputa, anche dei molisani.

Paradossalmente, la regione più “mollacciona” d’Italia potrebbe dimostrare, attraverso la rivendicazione di chi si è visto scippare la poltrona in barba alla parola data, che la legge è uguale per tutti. Perché di questo si sta parlando. Estromettere da Palazzo Madama il condannato Silvio Berlusconi significa far rispettare una legge che ha fissato i requisiti per essere “presentabile” in Senato. E lui, l’ex premier, proprio in virtù di questa norma che ha già escluso l’ex governatore Michele Iorio dal Consiglio regionale e il segretario del Psi Molise, Marcello Miniscalco, dal listino di Frattura, presentabile non lo è più. Perché condannato per aver frodato lo Stato.

Ulisse Di Giacomo è stanco. Stanco di aspettare per un seggio che secondo i patti interni al Pdl doveva essere suo già a febbraio. Stanco di subire i capricci di chi ti dice una cosa e poi fa l’esatto opposto. E’ così stanco che per la sua difesa non sceglie uno dei soliti avvocati del centrodestra, ma si rivolge a Salvatore Di Pardo, lo stesso che ha vinto il ricorso del governatore Paolo Frattura contro Michele Iorio e che oggi dice: «La decadenza di Silvio Berlusconi mi fa pensare a quei bambini che portano il pallone per giocare, poi, però, quando gli fai gol decidono che è meglio tornare a casa e riportarsi anche il pallone. Ma la sfera in questo caso è di tutti, quindi la lasci qui che continuiamo a giocare noi!».
Il legale campobassano, oggi al fianco dell’ex coordinatore regionale azzurro («perché non è una questione politica ma di applicazione di un principio» come ci spiega) ci aiuta a ricostruire la storia di questo seggio “conteso”. Che è, come si diceva poc’anzi, anche una storia umana e politica.

Per capire la genesi della faccenda bisogna fare un passo indietro. Fino al 15 marzo, quando il Cavaliere, nonostante le garanzie date a Di Giacomo sulla scelta del seggio che sarebbe ricaduta «sulla mia Lombardia, perché è lì che voglio terminare la carriera politica» (questo lo raccontò l’ex assessore regionale alla Sanità dopo averci parlato a Palazzo Grazioli), tolse l’unico seggio di Palazzo Madama spettante al centrodestra al Molise lasciando a piedi Di Giacomo.
«Credo che d’ora in avanti – tuonò il senatore beffato – nessun molisano voterà per un partito dove c’è Silvio Berlusconi, visti i risultati ai danni dei rappresentanti locali che sistematicamente vengono perpetrati».
Qualche giorno dopo arrivò anche la spiegazione: «Su Berlusconi – disse il 18 marzo Di Giacomo – c’è stato un pressing per escludermi partito da Isernia e non da Roma. Non so se sono vere le voci che circolano sia in Regione che nella Capitale, e cioè che ci sarebbero stati interventi da parte di Iorio a livello di partito. Ma se fosse vero, sarebbe una cosa indegna e vergognosa».

Di Giacomo in quella occasione sembrò addirittura più arrabbiato con Iorio che con Berlusconi. Ma all’epoca era ancora il coordinatore regionale del partito e doveva mantenere un ruolo. Il 7 agosto, però, dopo una riunione con tutte le correnti pidielline del Molise voluta da Denis Verdini a Roma, Di Giacomo rinunciò all’incarico di coordinatore regionale. Nel frattempo era successo pure che Berlusconi era stato condannato in Cassazione. Quindi Di Giacomo sapeva di avere il seggio in tasca. Solo questione di settimane, giusto il tempo di decidere sull’interdizione dai pubblici uffici che la Corte d’Appello è stata chiamata a rideterminare.
«Lascio la guida del Pdl – disse minimizzando sulle sue dimissioni – ma non lascio di certo la politica. Continuerò ad impegnarmi nel partito e nelle istituzioni, nei ruoli che mi verranno riconosciuti, al servizio di questa amata Regione».

E ci avviciniamo a domani mattina. Quella che era l’altra via per aprire in fretta le porte di Palazzo Madama a Di Giacomo: il pronunciamento della giunta delle Elezioni.
«Prima di tutto leggerà la relazione il presidente della giunta, Dario Stefàno. Poi toccherà a me esporre le motivazioni – spiega l’avvocato Di Pardo – e infine al legale di Berlusconi. Entro 48 ore la giunta dovrà pronunciarsi, poi, entro un mese, ci sarà l’ultimo passaggio in Senato anche se solitamente si segue l’indicazione della giunta. Pertanto già tra domani e dopodomani si saprà se l’ex premier sarà dichiarato decaduto da senatore».
E a quel punto Di Giacomo tornerà a Roma.

Le memorie dei due senatori-avversari sono state già depositate.
Quella di Berlusconi dice sostanzialmente due cose: che i senatori della giunta dovrebbero dimettersi perché “hanno già espresso il loro convincimento” e che il decreto legge non può essere retroattivo “e pertanto non applicabile al caso di specie perché successivo all’epoca in cui sono stati commessi i fatti”.
Su queste premesse lo scorso 7 settembre Berlusconi ha depositato anche un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo chiedendo la sospensione del giudizio da parte della giunta “in attesa della decisione della Corte”.

«Le argomentazioni dedotte dal senatore Berlusconi – dice Di Pardo – sono palesemente infondate. Prima di tutto perché la circostanza che diversi senatori (appartenenti o meno alla giunta delle Elezioni) abbiano espresso il loro pensiero non solo è irrilevante, ma appare anche coerente rispetto al modo in cui viene a formarsi la volontà finale nell’ambito di ciascun ramo del parlamento e cioè attraverso la manifestazione delle opinioni di ciascuno ed il dibattito».

Errato, a detta dell’avvocato Di Pardo, anche l’altro assunto: «La normativa infatti si limita a stabilire che per poter ricoprire la carica di senatore della Repubblica è necessario avere determinati requisiti di moralità e che colui che è stato definitivamente condannato a quattro anni di reclusione per frode fiscale e che è colpito da ordine di esecuzione per la carcerazione tali requisiti non li possiede. Tutto qui. E’ irrilevante per il legislatore, e quindi per il popolo italiano, la circostanza che Silvio Berlusconi al momento di commettere la frode avesse o meno la consapevolezza che avrebbe perso la possibilità di essere senatore della Repubblica».
Addirittura «sconcertante», per Di Pardo, il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo «che applica il diritto dell’Unione europea mentre le norme nazionali che disciplinano le elezioni non rientrano nel diritto comunitario. L’esistenza del ricorso innanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo non ha nessun effetto sulla sentenza di condanna, oramai irrevocabile, e non incide in alcun modo sulla procedura in questione».

In attesa della decisione della giunta delle Elezioni una cosa è evidente: Di Giacomo, l’ex falco si è scoperto una colomba: «Berlusconi – ha detto pochi giorni fa a Repubblica – poteva optare per regioni dove c’erano 24 eletti. Questa scelta ha pesato su di me dal punto di vista psicologico. La mia regione non l’ha digerita, si è sentita defraudata».

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